Cultura, diritti e Electrolux: ecco il discorso integrale di Mattarella a Pordenone
Il Capo dello Stato è intervenuto alla cerimonia di chiusura di pordenonelegge. Tanti i temi affrontati, dal valore del dissenso alla parità di genere

Rivolgo un saluto molto cordiale a tutti presenti.
Alle cittadine e ai cittadini di Pordenone, anche attraverso il Sindaco che ringrazio per l’accoglienza.
Al Presidente della Regione – con i complimenti per il recupero del Castello di Colloredo – a lungo testimone di cultura. Come Lei ha ricordato, a Colloredo vi è stata una successione di appuntamenti culturali, significativi al massimo della vocazione di questa di questa regione
Un saluto cordiale al ministro Ciriani, a tutti i Sindaci presenti e attraverso di loro ai loro concittadini.
Al presidente Agrusti, con grande riconoscenza per il conferimento dell’onorificenza di Ambassador of freedom e per le parole ampiamente generose della motivazione.
Questa 27^ edizione di Pordenonelegge si svolge nel pieno delle celebrazioni per l’80° della Repubblica, della scelta del popolo italiano per un ordinamento che garantisse libertà e democrazia, crescita dei diritti, pace, progresso.
Abbiamo il diritto di essere orgogliosi della strada percorsa.
A far progredire l’Italia, è stata la scheda elettorale l’arma disarmata del confronto legittimo, dopo la dittatura e la sua guerra.
Sono il dialogo fra le culture, il confronto delle idee, i motori della storia.
E nel solco della nostra storia di questi ottanta anni si inserisce questa iniziativa, “Festa del libro e della libertà”.
Partendo dal libro, dal leggere come esercizio di libertà, dalla conoscenza, Pordenonelegge ha saputo riconoscerne i caratteri propri di promozione della libertà del pensiero delle persone.
Non a caso, la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea sancisce il diritto di ogni cittadino europeo di esprimersi e di ricevere o comunicare informazioni e idee senza dover subire ingerenze pubbliche e senza limiti di frontiera.
Cultura e libertà non si fermano ai confini.
Il prossimo anno vedrà Pordenone impegnata nella valorizzazione del suo essere stata proclamata Capitale italiana della cultura, proprio sulla base dell’esperienza costruita in questi decenni. Saranno trascorsi cinquant’anni dalla Biennale che Venezia, allora, volle dedicare al dissenso culturale.
Con questa edizione, Pordenonelegge richiama la libertà di espressione, di manifestazione del pensiero, il valore del dissenso, ancor più prezioso dove viene negato.
Sono le garanzie dell’art. 21 della nostra Costituzione ed è impegno della Repubblica concorrere a far sì che questi diritti siano riconosciuti a tutte le persone, e a tutti popoli.
Ce lo ricorda l’articolo 10, ce lo ricorda l’accoglienza che ebbero in Italia i dissidenti provenienti dall’est europeo, gli esuli dall’Argentina, dal Cile, durante le dittature militari.
Il contributo recato con la Dissensio Arena di Pordenone, e gli eventi legati a questa intuizione - in un momento in cui emerge a livello globale la tentazione di democrazia illiberale, come se possa essere separata dalla libertà - hanno il merito di riproporre, anche con la testimonianza severa di donne e uomini che hanno pagato di persona, il valore dell’opera di quanti, intellettuali, artisti, dissidenti rispetto a ordinamenti che ignorano i diritti umani, concorrono con la loro libertà di pensiero e di azione, al progresso dell’umanità.
Può accadere quindi che il “diverso pensare” appaia come un comportamento fastidioso da comprimere, o addirittura da espungere, essendo difforme rispetto a un preteso “comune sentire”, quasi fosse un disturbo inaccettabile lanciato contro tesi che si vogliono dominanti. Viene ancora una volta in mente quanto ha scritto Alessandro Manzoni nei Promessi sposi: “Il buon senso c’era ma se ne stava nascosto per paura del senso comune”.
Il pensiero unico è, naturalmente, strumento di oppressione; la dialettica imposta dalle voci libere, anche del dissenso, è, in questo senso, preziosa.
Norberto Bobbio ci ricordava come il discrimine tra Stato democratico e regime autoritario è segnato dal “maggiore o minore spazio dedicato al dissenso”.
L’unanimismo si addice all’autocrazia e alle dittature ed è sinonimo di immobilismo.
È il pluralismo delle opinioni che nelle democrazie impedisce al potere, anche a quello digitale, di fossilizzarsi in una verità che pretende di imporre.
Il diritto a esprimere opinioni è argine all’arbitrio; è motore di rinnovamento.
In un contesto sottoposto a forti sollecitazioni dirette a fare rivolgere lo sguardo volto al passato della storia piuttosto che al suo futuro, è opportuno porsi una domanda.
La cultura esercita influenza? Opera cambiamento?
Ci può aiutare la riflessione indotta dalla Biennale del Dissenso di Venezia che ho poc’anzi richiamato.
Da dove veniva lo sforzo di restituire libertà e piena agibilità democratica anche ai Paesi egemonizzati dall’Unione Sovietica dietro quella che Winston Churchill ebbe a definire la “cortina di ferro”?
Il percorso non fu né breve né agevole ed evidenziò la funzione centrale della cultura.
Non a caso, gli intellettuali che, nei diversi Paesi, furono protagonisti insieme a esponenti dei movimenti della società civile, assunsero più tardi funzioni di guida nella transizione democratica: penso a Vaclav Havel a Praga.
All’inizio furono i samizdat, testi prodotti in modo artigianale fatti circolare clandestinamente, discussi nelle kompanye, a innescare moti di riflessione culminati in vere e proprie rivoluzioni semplicemente rappresentando la nuda verità.
Furono libri. La musica, le arti plastiche, le opere pittoriche, talvolta definite dalle dittature “arte degenerata” o “arte decadente”.
Clamorosi furono i casi de “Il Dr. Zivago” di Pasternak, pubblicato in Italia in prima edizione mondiale; “Una giornata di Ivan Denissovic” di Solženicyn, sulla vita in un gulag, uscito in Russia su una rivista letteraria e subito sequestrato.
Entrambi gli autori, proclamati premi Nobel per la letteratura, furono perseguitati dal regime della Russia sovietica.
Lo stesso accadde a Sacharov, lo scienziato che passò larga parte della sua vita a battersi per i diritti umani.
Sacharov venne insignito del premio Nobel per la pace e a lui è intitolato il premio che ogni anno il Parlamento Europeo dedica alla libertà di pensiero, assegnandolo a figure perseguitate per le loro idee.
Il primo a ricevere quel premio fu Nelson Mandela, profeta del Sudafrica pacificato.
Nessuna terra è stata indenne dal morbo della censura, del pensiero unico.
Ovunque si è alzata la diga della cultura: Juan Gelman, eccellente poeta argentino, perseguitato dalla dittatura che ne distrusse la famiglia; Rodolfo Walsh uno dei desaparecidos nella tragedia di quel Paese.
E, con la cultura, si alzò il coraggio civile della società: le Madri di Plaza de Mayo con la loro dolorosa e determinata sollevazione.
In Cile Luis Sepulveda, perseguitato e imprigionato, esiliato dalla dittatura di Pinochet.
Non è avvenuto soltanto attraverso casi singoli, con movimenti letterari.
La vicenda contemporanea si nutre ancor più del dissenso espresso da settori importanti della società.
È il caso della condizione femminile in molti Paesi, dall’Afghanistan all’Iran.
L’apartheid di genere, odiosa pretesa di discriminazione tra gli esseri umani, ha generato proteste, dissidenze, contro le quali sono state scatenate persecuzioni, esecuzioni, eccidi, anche recentemente.
Figure come quelle di Mahsa Amini, premio Sacharov del Parlamento Europeo nel 2023, dalla cui morte ha preso il via in Iran il movimento Donna-Vita-Libertà; di Narges Mohammadi, premio Nobel per la pace “per la sua lotta contro l’oppressione delle donne in Iran e per la promozione dei diritti umani e della libertà per tutti”.
Figure come le donne di Herat.
Tutte ci indicano come la battaglia dei diritti sia lungi dall’essere conclusa o che ne sia possibile, se non, da taluni, addirittura auspicato, un arretramento.
Va sempre rammentato, comunque, che il germe della libertà di pensiero, di vita, il valore delle persone, in altri termini, continua a persistere persino nei cicli più bui della storia.
Come fu possibile, ad esempio, in pochi anni, passare da tetri oscurantismi - l’invasione della Cecoslovacchia da parte delle truppe dei Paesi del Patto di Varsavia ne fu esempio nel 1968 - agli spiragli di speranza della Conferenza di Helsinki del 1975?
Va ripreso il “terzo cesto” di quello storico evento che impegnò alla libera circolazione delle persone, al libero scambio di idee e informazioni, al libero accesso e diffusione e circolazione di libri, giornali, trasmissioni radio-televisive, attività culturali tra est e ovest.
Credo che sia utile attingere alla saggezza del poeta e artista libanese Kahlil Gibran con il suo noto aforisma: “Se l’inverno dicesse che ha la primavera nel cuore, chi gli crederebbe?”.
Cultura senza frontiere, dunque libertà, i pilastri che reggono l’esperienza di PordenoneLegge, nel loro valore universale.
Non è certo casuale che questa edizione riaffermi la sua internazionalità e si concluda a Praga, alla vigilia del compimento dei 50 anni di Charta 1977, il documento che, con riferimento all’Atto finale di Helsinki, invocava libertà.
Da una terra, il Friuli-Venezia Giulia ricca di scrittori che hanno animato il dibattito delle idee, da Ippolito Nievo a PierPaolo Pasolini, di poeti come David Maria Turoldo che ne hanno interpretato l’anima più intima, di cantori della civiltà contadina come Carlo Sgorlon, esce un messaggio possente: la cultura dell’identità di un territorio - dei territori di questa manifestazione, da Azzano Decimo a Spilimbergo - è tutt’altro che in contrasto con l’apertura alle altre culture. Gorizia-Nova Gorica ne sono state protagoniste, l’anno passato, come la prima capitale europea della cultura trasfrontaliera.
La cultura è espressione dei territori e l’apertura alle culture trova espressione nel saper fare. La cultura, come qui si è notato, è anche infrastruttura civile, lo abbiamo poc’anzi ascoltato.
È la cultura materiale della tradizione dei campi, dell’artigianato, dell’industria, dell’innovazione. Dell’etica del lavoro, rappresentata dai lavoratori dell’Electrolux - ai quali rivolgo un saluto particolare - impegnati nella difesa della loro identità.
Lo scorso anno, un volume ritenuto meritevole dell’attribuzione del premio Friuli-Venezia Giulia, recava l’emblematico titolo di “Laboratorio Pordenone”. Quel mix di identità, tradizione, futuro, di cui anche questa manifestazione è esempio.
Laboratorio: luogo di lavoro, di sperimentazione, di esperienza, di futuro.
È quanto questa città e questa regione rappresentano per la Repubblica, della quale sono lieto di recarvi il saluto.
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