Lo spin doctor del sindaco di New York in tour a nordest: «Ecco come ha vinto Zohran Mamdani»
Lo stratega 27enne della campagna del sindaco di New York: «Un solo tema forte, ascoltare le persone e costruire fiducia. La rabbia va incanalata»

«In politica a volte le cose possono sembrare impossibili e poi non lo sono». Sta tutta in questa frase la filosofia di Morris Katz, 27 anni, stratega politico che ha messo in piedi la campagna elettorale che ha portato Zohran Mamdani a diventare sindaco di New York, prima persona di origine asiatica e primo musulmano a ricoprire questa carica.
E poco importa che il collegamento con la grande mela fosse davanti al pubblico (molto attento, a dire il vero) della Festa dell’Unità in corso al parco Milcovich dell’Arcella, perché la strategia comunicativa alla base di quel successo appare applicabile a quasi tutti gli schieramenti, pur nascendo da sinistra.
«Per molto tempo le campagne assomigliavano quasi a un colloquio di lavoro, alla ricerca di un candidato sempre più qualificato. Invece sono un po’ come un appuntamento romantico in cui bisogna capire qual è la reazione emotiva che tu hai dai tuoi elettori», ha osservato il consulente politico più ricercato del momento grazie a “Fight”, l’agenzia che ora segue una ventina di candidati alle prossime elezioni di midterm.
Un solo tema forte
Intervistato dal segretario dem padovano Franco Corti, Katz ha raccontato la figura di Mamdani, ma soprattutto la sua scalata elettorale, dallo scetticismo iniziale alla conoscenza face to face: «Mi ha mandato un messaggio e abbiamo preso un caffè insieme. Quando l’ho conosciuto ho pensato: beh, sto parlando al prossimo sindaco di New York».
Ma con quali temi si può presentare nella città di Wall Street quello che si autodefinisce un «giovane socialista»? La risposta di Katz spiazza: «I politici pensano di dover dire tutto in ogni momento a chiunque. Così si perde la comunicazione. Abbiamo pensato invece di essere puliti, limpidi su un solo tema che era quello dell’accessibilità economica».
Costo delle case, trasporti gratuiti e vivibilità dei quartieri hanno ottenuto l’effetto mobilitazione sperato. Assieme a una strategia di assoluta apertura all’ascolto: «Alle riunioni dei democratici ci sono sempre le stesse 50 persone. Noi volevamo portare la campagna in luoghi in cui i politici normalmente non vanno, dove c’erano le persone vere che non conoscono la politica. Siamo andati ai cambi turno alle 3 in aeroporto o in zone assolutamente dimenticate della città. Ci siamo resi conto che dovevamo fare uno sforzo di apertura per andare a parlare con loro e ascoltarli».
Rabbia anti establishment
Le periferie però sono caratterizzate da un risentimento in cui attecchisce meglio il populismo di qualsiasi ragionamento politico. Vale, in qualche modo, per gli Stati Uniti come per l’Arcella, Mortise o Voltabarozzo. «È finito il tempo in cui si pensava che la sinistra fosse per la spesa pubblica, la destra per il libero mercato e i moderati un po’ e un po’. Abbiamo trovato una grande situazione anti establishment, cioè la gente si rendeva conto che il sistema era corrotto, che stava fallendo nel portare i risultati. E questo ha prodotto una grande rabbia», ha raccontato ancora Katz, «dobbiamo cogliere il fatto che questa rabbia delle persone in questo momento viene incanalata contro gli immigrati da falsi profeti grazie al tema della criminalità. Dobbiamo trovare un modo per incanalare questa rabbia in altro modo: io credo che la gente abbia tutte le ragioni per essere arrabbiata. Ma la sinistra deve essere il luogo dove queste persone arrabbiate si rivolgono. Perché se non siamo così, se facciamo finta che vada tutto bene, la sinistra non vincerà mai».
Il tragitto indicato è quello che va dalla rassegnazione alla fiducia. Con qualche esempio concreto: «Quando una famiglia scopre di aspettare un bambino, il primo sentimento che deve provare non è l’ansia, ma la speranza. Perché se anche non riuscirà a pagare l’asilo l’amministrazione l’aiuterà. In questo momento i cittadini si sentono veramente soli. Noi vogliamo che si sveglino e non lo siano più».
Campagna porta a porta
Operativamente la campagna elettorale, anche in una delle città più grandi del mondo, assomiglia a quella di ogni democrazia locale. «Una delle cose che avvicinava le persone era l’entusiasmo sincero e noi bussavamo casa per casa per dei temi in cui davvero credevamo. E così le persone bussavano alle porte dei loro amici, dei loro vicini, per il senso di comunità e di appartenenza», ha raccontato ancora il consulente americano, «abbiamo cominciato un dialogo per creare una relazione con queste persone: non andavamo una volta sola, andavamo una seconda volta, poi la terza e altre ancora.
Creavamo una relazione per fare in modo che le persone credessero davvero nella politica. Non è una questione di andare il mese prima delle elezioni e chiedere di essere votato. È necessario creare un rapporto in un periodo di tempo più lungo».
Lavorare sul contesto
L’altra indicazione strategica è quella di sottrarsi al “botta e risposta” tipico delle campagne elettorali: «Molte campagne si concentrano moltissimo sui contenuti in un estenuante avanti e indietro. Ecco, io credo che la battaglia su cui dovremmo lottare è il contesto, cioè qual è il tema a cui vogliamo che le persone pensino quando vanno a votare? Dobbiamo fare in modo di fargli fare le domande giuste, ricordare alle persone perché dovrebbero votare per noi e come vogliono che sia il futuro delle loro città. Devono farsi le domande giuste, in questo modo si decide il futuro delle elezioni in ogni città», ha concluso Morris Katz tra gli applausi del pubblico dem e quello, in prima fila, di un interessato Andrea Micalizzi.
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