Ungheria al voto tra Ue e sovranismo, una sfida che scuote Bruxelles e Usa

A pochi giorni dalle elezioni del 12 aprile, il Paese si trova di fronte a una possibile svolta storica. Per la prima volta dal 2020 Orbán pare vulnerabile. Magyar punta su economia e stato di diritto

Marco ZatterinMarco Zatterin
La premier Giorgia Meloni con il primo ministro ungherese Viktor Orbán
La premier Giorgia Meloni con il primo ministro ungherese Viktor Orbán

«Nove punti sotto», dicono i sondaggi indipendenti. Quarantotto a trentanove per il Tisza (“Rispetto”) di Péter Magyar sul Fidesz (“Giovani democratici”) di Viktor Orbán a poche ore dal voto ungherese in programma il 12 aprile.

Il premier in carica, populista, euroscettico, trumpiano e putiniano, rischia di perdere, colpa della stretta reiterata sui diritti e del cocktail di politiche anti-Bruxelles e filorusse che bruciano consensi nel Paese che settanta anni fa sacrificò tremila vite nel tentativo di liberarsi dai carri sovietici. Per questo ha incendiato la campagna elettorale, manovrando la leva esterna per distrarre dai guai interni, e affermando che l’europeismo di Magyar «è una politica catastrofica le cui conseguenze porterebbero caos e povertà». Si è giocato le vecchie ruggini con l’Ucraina («Noi non pagheremo»), le dispute sul gas e sulle minoranze della Transcarpazia, impuntandosi sul blocco degli aiuti a Kiev e sulla prospettiva di un’adesione all’Unione. Non ha funzionato, non sinora. E gli alleati a dodici stelle sono furenti.

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La grande controversia finale coi partner europei è il prestito da 90 miliardi a Kiev, già approvato a ventisei e necessario per sostenere lo sforzo bellico contro Mosca. Orbán si oppone con lo slovacco Robert Fico. Il presidente del Consiglio Ue, Antonio Costa, ha ricordato all’ungherese che il suo veto viola il «principio di sincera cooperazione» previsto dai Trattati. La presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, ha sbandierato “diverse opzioni”, ma in realtà aspetta il voto e spera che il fastidioso Viktor perda. Non è servito neanche il negoziato sulla riapertura dell’oleodotto Druzhba (“Amicizia”), il più lungo del mondo, che scalda le case ungheresi. Si è trattato a vuoto. Volodymyr Zelensky, uno a cui non manca il senso dell’umorismo, ha suggerito a Orbán di chiedere a Putin di smettere di bombardare l’infrastruttura.

L’Unione Europea è a un bivio con pochi precedenti: se il Signornò di Budapest fosse confermato, dopo il 12 aprile dovrebbe trovarsi a scegliere fra Ucraina e Ungheria. Nella capitale sul Danubio si trovano fonti indipendenti che invitano a non considerare la sua debacle scontata, eppure concedono che una sua affermazione non conviene a nessuno. Orbán vuole scardinare il patto a dodici stelle, ma si misura con una crescita più debole della media dell’Ue e inferiore a molti Paesi dell’Europa centrale (+0,4 nel 2025). La non appartenenza alla moneta unica gli consente un deficit superiore al 5 per cento del Pil, circostanza che paga con un tasso di riferimento ufficiale del 6,25 per cento, quattro punti oltre il livello della Bce. La guerra in Iran sta frenando un convoglio che marcia al rallentatore. E l’amicizia con Trump, che ha spedito il vice Vance l’8 aprile in Ungheria a fare campagna, è un’arma a doppio taglio.

Nato nel 1963 in una famiglia della borghesia rurale, Orbán fa politica di sensazione, alimenta le paure, spinge sulle emozioni più che sulla realtà. È il suo schema da che è diventato premier la prima volta nel 1998, e sino al 2002, tempo in cui era più democratico, longilineo, liberale ed europeista, tanto che Fidesz era affiliato al Ppe. Tornato al governo nel 2010, ha architettato un’inarrestabile deriva sovranista e nazionalista. In quindici anni di riforme costituzionali ha limitato la libertà di espressione e quella individuale, ha fiaccato la Corte costituzionale e imbrigliato il potere giudiziario. Si è detto favorevole alla pena di morte – incompatibile con l’Ue -, ha dichiarato guerra alle famiglie non tradizionali. Ha affermato che il suo modello di Stato sono Turchia, Russia e Cina, universi in cui nell’organizzazione della cosa comune la comunità prevale sull’individuo. Illiberali, in una parola.

Sono i motivi per cui il rivale Péter Magyar, classe 1981, ha abbandonato Fidesz ed ha fondato nel 2024 “Rispetto”, un centrodestra più di centro. A parole, oltre a mettere le mani nel motore dell’economia, promette di ripristinare lo stato di diritto. Nei fatti, è parecchio conservatore pure lui e, nonostante le apparenze, sarà comunque un compagno di viaggio faticoso per l’Ue. Tuttavia ha promesso fedeltà alla Nato e assicurato che intende «andare verso l’Europa e lo sviluppo, unendoci a polacchi, sloveni, cechi e stati baltici». Quindi ha definito il voto del 12 aprile un referendum fra «l’Europa e i dittatori».

La sconfitta di Orbán avrebbe ripercussioni anche fuori dal Paese. A parte gli schizzi che arriverebbero in Italia – Meloni e Salvini sono stati inclusi nel suo video di riconferma colti sul fatto mentre lo elogiavano –, alle cancellerie che credono nell’unione che fa la forza Bruxelles, e per Kiev, consentirebbe un sospiro di sollievo, indebolendo ulteriormente la componente malvagia della Banda Trump. Sarebbe in ogni caso sbagliato pensare che con Magyar tutto filerà senza intoppi. È comunque un nazionalista che non può liberarsi del tutto dal populismo. Del resto, gli Stati in difficoltà hanno imparato che la debolezza europea offre sempre un’occasione a nascondere i problemi interni. Inutile farsi illusioni: chiunque governerà a Budapest non smetterà di pungolare l’Unione per rubare voti al fronte sovranista. Così allontanerà la soluzione dei suoi problemi e di quelli continentali. Sino al prossimo cataclisma.

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