Serbia, sullo stop alla miniera di litio l’ombra di una penale miliardaria

L’opposizione attacca: il colosso Rio Tinto pronto a una causa di arbitrato dopo il blocco del progetto al centro di proteste

Stefano Giantin
Serbi in piazza nel 2022 contro il progetto.
Serbi in piazza nel 2022 contro il progetto.

Anno nuovo, potenziali vecchi problemi, per la Serbia. E si tratta di questioni spinose, che potrebbero pesare in maniera drammatica, in un futuro non lontano, sulle casse pubbliche. Questioni come il cosiddetto “Progetto Jadar”, la mega-miniera di litio che il colosso anglo-australiano Rio Tinto avrebbe voluto realizzare nella Serbia occidentale, intorno all’area di Loznica – iniziativa che ha provocato enormi proteste nel Paese balcanico, portando a ritardi e retromarce.

Mega-miniera di litio in Serbia: Rio Tinto congela il suo progetto
La redazione
Un render del progetto di Rio Tinto per la mega-miniera di litio in Serbia

L’ultima, ricordiamo, è stata osservata in autunno, quando Rio Tinto, a sorpresa, ha annunciato di aver messo il contestato progetto minerario in stato di «care and maintenance» (cura e manutenzione), vero e proprio “congelamento” di un’iniziativa il cui valore era stato stimato in circa 2-3 miliardi di euro.

Ma è realistico che un colosso come Rio Tinto – attivo, tra non poche controversie sugli impatti ambientali, dall’Australia al Canada, passando per Cile, Argentina, Mongolia e Sudafrica – in Serbia batta in ritirata, senza contrattaccare? È un dubbio che si è insinuato nella testa di molti, a Belgrado. E con alta probabilità a ragione. Lo ha sostenuto uno dei massimi leader dell’opposizione in Serbia, Dragan Djilas, businessman ed ex sindaco di Belgrado, “nemesi” del presidente Aleksandar Vučić e oggi a capo del partito Libertà e Giustizia (Ssp). Djilas, parlando attraverso il suo seguito podcast su YouTube, ha lanciato una bomba destinata a far discutere a lungo.

In Serbia oltre centomila firme contro la nuova miniera di litio
La redazione
Foto dall’alto di una miniera per l’estrazione del litio in Serbia gestita dalla società Rio Tinto

Citando «fonti confidenziali ben informate», il leader dell’Ssp ha infatti sostenuto che Rio Tinto starebbe preparando una causa di arbitrato contro Belgrado, proprio a causa dell’affaire Jadar, un procedimento su cui la Serbia dovrebbe giocarsi «un miliardo, un miliardo e mezzo di euro» di possibili danni. Su che basi? Djilas ha ricordato che l’opinione pubblica serba continua a rimanere all’oscuro sulla natura dei contratti e degli accordi siglati da Belgrado con Rio Tinto e sulle «promesse» che sarebbero state fatte «da Vučić e da Brnabić», quando quest’ultima era premier.

Ma qualcosa di concreto ci sarebbe, per spingere Rio Tinto a tentare l’arbitrato «per ottenere il rimborso dei costi» finora sostenuti «e dei mancati profitti». Solo un bluff o qualcosa di irrealistico? Non sembra, ha giurato Djilas, che ha previsto che Vučić, prima o poi, sarà obbligato «ad annunciare ufficialmente» l’inizio della battaglia legale. E che «addosserà la colpa ai cittadini» scesi in piazza «per protestare contro l’estrazione del litio, dicendo che sono loro i responsabili» del caos.

Accuse, quelle di Djilas, che hanno avuto forte eco nel Paese, ma non hanno trovato conferme. Neppure smentite, però. Vučić, senza riferirsi a Djilas, ha cripticamente commentato in separata sede, dopo una riunione del Consiglio per la sicurezza nazionale, che Belgrado avrebbe «preso decisioni sbagliate» sul litio – leggi, sospendendo il progetto nel 2022 dopo le proteste –, «tagliandosi così le gambe» da sola. E «senza ottenere un dinaro» dalle ricchezze che si celano nelle profondità della Serbia.

Che qualcosa si muova è però suggerito anche da eventi meno recenti. Nel 2024, infatti, era emerso da parte di portali giuridici specializzati che Rio Tinto avrebbe mosso già ai tempi i primi cauti passi «per l’avvio di un procedimento arbitrale contro il governo serbo», sulla base del «Trattato bilaterale di investimento» tra Londra e Belgrado. E avrebbe già consegnato, nel giugno di due anni fa, un «avviso» in questo senso all’esecutivo del Paese balcanico. —

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