Serbia, sullo stop alla miniera di litio l’ombra di una penale miliardaria
L’opposizione attacca: il colosso Rio Tinto pronto a una causa di arbitrato dopo il blocco del progetto al centro di proteste

Anno nuovo, potenziali vecchi problemi, per la Serbia. E si tratta di questioni spinose, che potrebbero pesare in maniera drammatica, in un futuro non lontano, sulle casse pubbliche. Questioni come il cosiddetto “Progetto Jadar”, la mega-miniera di litio che il colosso anglo-australiano Rio Tinto avrebbe voluto realizzare nella Serbia occidentale, intorno all’area di Loznica – iniziativa che ha provocato enormi proteste nel Paese balcanico, portando a ritardi e retromarce.
L’ultima, ricordiamo, è stata osservata in autunno, quando Rio Tinto, a sorpresa, ha annunciato di aver messo il contestato progetto minerario in stato di «care and maintenance» (cura e manutenzione), vero e proprio “congelamento” di un’iniziativa il cui valore era stato stimato in circa 2-3 miliardi di euro.
Ma è realistico che un colosso come Rio Tinto – attivo, tra non poche controversie sugli impatti ambientali, dall’Australia al Canada, passando per Cile, Argentina, Mongolia e Sudafrica – in Serbia batta in ritirata, senza contrattaccare? È un dubbio che si è insinuato nella testa di molti, a Belgrado. E con alta probabilità a ragione. Lo ha sostenuto uno dei massimi leader dell’opposizione in Serbia, Dragan Djilas, businessman ed ex sindaco di Belgrado, “nemesi” del presidente Aleksandar Vučić e oggi a capo del partito Libertà e Giustizia (Ssp). Djilas, parlando attraverso il suo seguito podcast su YouTube, ha lanciato una bomba destinata a far discutere a lungo.
Citando «fonti confidenziali ben informate», il leader dell’Ssp ha infatti sostenuto che Rio Tinto starebbe preparando una causa di arbitrato contro Belgrado, proprio a causa dell’affaire Jadar, un procedimento su cui la Serbia dovrebbe giocarsi «un miliardo, un miliardo e mezzo di euro» di possibili danni. Su che basi? Djilas ha ricordato che l’opinione pubblica serba continua a rimanere all’oscuro sulla natura dei contratti e degli accordi siglati da Belgrado con Rio Tinto e sulle «promesse» che sarebbero state fatte «da Vučić e da Brnabić», quando quest’ultima era premier.
Ma qualcosa di concreto ci sarebbe, per spingere Rio Tinto a tentare l’arbitrato «per ottenere il rimborso dei costi» finora sostenuti «e dei mancati profitti». Solo un bluff o qualcosa di irrealistico? Non sembra, ha giurato Djilas, che ha previsto che Vučić, prima o poi, sarà obbligato «ad annunciare ufficialmente» l’inizio della battaglia legale. E che «addosserà la colpa ai cittadini» scesi in piazza «per protestare contro l’estrazione del litio, dicendo che sono loro i responsabili» del caos.
Accuse, quelle di Djilas, che hanno avuto forte eco nel Paese, ma non hanno trovato conferme. Neppure smentite, però. Vučić, senza riferirsi a Djilas, ha cripticamente commentato in separata sede, dopo una riunione del Consiglio per la sicurezza nazionale, che Belgrado avrebbe «preso decisioni sbagliate» sul litio – leggi, sospendendo il progetto nel 2022 dopo le proteste –, «tagliandosi così le gambe» da sola. E «senza ottenere un dinaro» dalle ricchezze che si celano nelle profondità della Serbia.
Che qualcosa si muova è però suggerito anche da eventi meno recenti. Nel 2024, infatti, era emerso da parte di portali giuridici specializzati che Rio Tinto avrebbe mosso già ai tempi i primi cauti passi «per l’avvio di un procedimento arbitrale contro il governo serbo», sulla base del «Trattato bilaterale di investimento» tra Londra e Belgrado. E avrebbe già consegnato, nel giugno di due anni fa, un «avviso» in questo senso all’esecutivo del Paese balcanico. —
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