Tra Mosca e adesione all’Europa: affondo di Vučić sul Montenegro

Il presidente serbo attacca Podgorica, la replica di Spajić: «Fa public relations per la Russia»

Stefano Giantin
Zelensky con Vučić a Belgrado pochi giorni fa
Zelensky con Vučić a Belgrado pochi giorni fa

Da una parte un Paese in pole position per l’adesione, portato ad esempio da Bruxelles. Dall’altra uno Stato-chiave per la stabilità regionale, ma che secondo molti continua a fare il gioco delle tre carte in politica estera. Si tratta di Montenegro e Serbia, nuovamente al centro di un pesante scambio di fendenti che stanno riportando altissima la tensione tra i due Paesi.

La miccia stavolta è un attacco di Aleksandar Vučić a Podgorica, accusata dal presidente serbo di volere addirittura «rieducare» i serbi che vivono in Montenegro e di adoperarsi per far sì che le relazioni bilaterali tra Belgrado e Podgorica «siano le peggiori possibili».

Podgorica, ha sostenuto Vučić, «vuole che il 33% dei serbi che vivono» in Montenegro - un riferimento alla percentuale dei montenegrini che si definiscono serbi - «vengano rieducati in modo da non essere più considerati serbi nei prossimo censimento». Ma Vučić ha anche sostenuto che Podgorica firmerebbe in anticipo, sempre «in bianco», ogni tipo di sanzione che la Ue impone alla Russia. Non è finita. Vučić ha ricordato che il Montenegro avrebbe «vietato a mio figlio» l’ingresso nel Paese «per tre anni». Ma giù a Podgorica «va tutto bene, i problemi sono solo da noi, loro sono Europa», ha chiosato maliziosamente.

Le parole di Vučić sono arrivate in un momento in cui le relazioni bilaterali erano già ai minimi storici, dopo i casi del charter di “lealisti” di Vučić respinti da Podgorica prima del vertice Ue-Balcani e della presenza di un diplomatico montenegrino alle celebrazioni di Oluja, in Croazia. Parole che non sono rimaste senza risposta, spianando la strada a una crisi che appare di difficile soluzione. «Vogliamo buoni rapporti di vicinato, ma anche una chiara politica europea che a quanto pare il signor Vučić non vuole comprendere», ha replicato al presidente serbo il premier montenegrino, l’europeista Milojko Spajić.

Ma Spajić è andato ben oltre, accusando Vučić di fare in realtà «public relations per la Russia», dando al contempo «lezioni agli altri». «Una semplice domanda per il presidente Vučić: com'è possibile che la Serbia, secondo i dati disponibili, sia una delle principali fornitrici di armi e munizioni per l'Ucraina» e che al tempo stesso invii «un messaggio a Mosca e un altro all'Europa?», ha rincarato. L’affondo arriva pochi giorni dopo la prima visita ufficiale del presidente ucraino Volodymyr Zelensky in Serbia. A Belgrado ci sarebbe un problema «con i doppi standard» in politica estera, ha così suggerito infine il primo ministro.

Le dichiarazioni di Spajić inevitabilmente hanno alimentato la tensione e alzato i toni. La Serbia non vende armi a Russia o Kiev, «il fatto che non abbiate un settore industriale dedicato» alla difesa «e che quindi non comprendiate come funziona il commercio globale è un problema vostro», ha replicato l’ex premier e attuale presidente del partito Sns di Vučić, Milos Vučević. «A differenza di voi, che annuite senza discutere a ogni direttiva proveniente dall'estero, Vučić risponde solo al popolo serbo», ha aggiunto.

«Avete riconosciuto» il Kosovo, «non eravate con noi mentre piangevamo le vittime della più grande pulizia etnica in Europa», Oluja, e «non permettete che la lingua serba sia la lingua ufficiale in Montenegro, anche se è parlata da oltre il 40% della popolazione», ha accusato da parte sua la presidente del Parlamento serbo, Ana Brnabić. «Non parlate di principi, voi che non ne avete e offrite solo cieca obbedienza» all’Occidente, ha aggiunto. Innescando una pesante escalation politico-diplomatica tra Belgrado e Podgorica, sempre più parenti-serpenti.

 

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