Nuove tensioni Serbia-Kosovo: ora scoppia la guerra dell’acqua

Vučić evoca di deviare il fiume chiave Ibar dopo le demolizioni delle case serbe da parte delle autorità di Pristina

Stefano Giantin
Una foto dall’alto del grande bacino artificiale Gazivoda, costruitone gli anni ’70
Una foto dall’alto del grande bacino artificiale Gazivoda, costruitone gli anni ’70

Da settimane, le autorità di Pristina hanno acceso la miccia della crisi, effettuando controverse demolizioni di edifici considerati abusivi, appartenenti a serbi, costruiti in passato attorno al lago artificiale più importante del Paese, preziosa fonte d’acqua potabile e risorsa fondamentale per la produzione di energia elettrica.

E ora Belgrado alza drasticamente la posta, evocando la possibilità di deviare il corso del fiume che alimenta il bacino, una mossa che potrebbe avere pesanti conseguenze sull’approvvigionamento idrico ed energetico del Kosovo.

Sono i contorni di quella che sarà forse un giorno ricordata come la “guerra di Gazivoda”, dal nome dell’enorme bacino artificiale realizzato negli anni Settanta, ai tempi della Jugoslavia, da decenni diviso tra Serbia e Kosovo e dal 1999 spesso al centro di accese dispute relative al controllo dell’area.

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Gazivoda o Ujman, così lo chiama la maggioranza albanese in Kosovo che, nelle ultime settimane, è tornato prepotentemente al centro dell’attenzione locale e internazionale. È accaduto dopo che le autorità kosovare hanno iniziato a demolire case, ville e persino un hotel, di proprietà di serbi, edifici costruiti attorno al lago.

Pura lotta contro l’abusivismo? Non sembra, date le reazioni generali, con la Ue che ha condannato le demolizioni, parlando di «mancanza di giusto processo» prima di far spazio alle ruspe. «Qualsiasi azione che incida sui diritti di proprietà, compresa la demolizione di edifici costruiti illegalmente, deve essere effettuata rigorosamente in piena osservanza del giusto processo», ha fatto eco anche l’Osce.

«Siamo molto preoccupati per le demolizioni», ha fatto sapere anche l’ambasciata tedesca a Pristina, mentre quella britannica ha denunciato che alcuni edifici sono stati distrutti «mentre erano ancora in corso procedimenti giudiziari». Sulle barricate, anche la minoranza serba e svariate Ong. E Belgrado? Finora la Serbia si era limitata a «condannare duramente» le demolizioni, parlando di «brutale prova di forza della polizia di Kurti e del suo regime».

Ma, nei Balcani, una crisi relativamente circoscritta può rapidamente trasformarsi in un rogo di difficile controllo. È quanto suggerisce la discesa in campo sul caso Gazivoda del presidente serbo, Aleksandar Vučić, che ha evocato tra i denti una sorta di “punizione” definitiva per Pristina per castigarla per le sue azioni.

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Quale? Nientemeno che la «deviazione del corso del fiume Ibar», che alimenta appunto il bacino di Gazivoda. «Abbiamo già invitato esperti ad occuparsene, il settore edile, ingegneri e altri», visto che in Kosovo «stanno già facendo tante pressioni sulla nostra gente. Vedremo cosa succederà: abbiamo diverse ragioni per modificare il corso d'acqua dell'Ibar, quindi valuteremo cosa faranno gli albanesi e come si comporteranno», ha avvisato Vučić.

«Siamo un Paese sovrano» e «agiremo di conseguenza», ha aggiunto. Deviazione dell’Ibar che appare come un’opera colossale, di difficilissima realizzazione, con esperti che hanno così suggerito che Vučić potrebbe aver parlato metaforicamente.

Ma a Pristina il nervosismo cresce. Le dichiarazioni di Vučić – ne aveva fatte di simili nel 2024 - «preoccupano profondamente», perché le risorse naturali non devono venire usate «per minacciare o destabilizzare», ha replicato la ministra kosovara dell'Ambiente e della Pianificazione spaziale, Fitore Pacolli. «Vučić impazzito minaccia di lasciare il Kosovo senz’acqua», i titoli dei media in Kosovo. E la questione rischia di rendere l’estate del 2026 ancora più torrida.

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