Serbi di Bosnia, festa e tensione: Dodik premia il sostenitore Putin
Sarajevo l’ha dichiarata incostituzionale, ma Banja Luka non molla e ora raddoppia le celebrazioni

BELGRADO Tante, nei Balcani, le “bombe” a orologeria pronte a esplodere. Una lo fa puntualmente il 9 gennaio di ogni anno. E anche nel 2023 il copione si ripete. Copione che riguarda la “Giornata della Republika Srpska”, entità politica dei serbo-bosniaci che assieme alla Federazione bosgnacco-croata compone il Paese balcanico. Festa nazionale dei serbi di Bosnia dichiarata incostituzionale dalla Consulta di Sarajevo nel 2015. Ma Banja Luka continua a non rispettare le sentenze. E quest’anno raddoppia, malgrado Sarajevo legga la festa come una provocazione.
Le celebrazioni, che negli ultimi anni hanno visto anche sfilare in piazza reparti delle forze di sicurezza serbo-bosniache armati di tutto punto, quest’anno addirittura si “sdoppiano”, con eventi sia a Banja Luka ieri, sia oggi a Sarajevo Est, area che ricade sotto l’amministrazione serbo-bosniaca. Sarajevo Est che vedrà per la prima volta sfilare i membri delle forze di sicurezza serbo-bosniache, con alta probabilità alla presenza del ministro degli Esteri serbo Ivica Dacic e di altri alti funzionari serbi. Si mantengono così le promesse di Milorad Dodik, leader serbo-bosniaco dalle mai sopite tendenze secessionistiche, che nei giorni scorsi aveva assicurato che la Rs «non rinuncerà» mai alla sua Festa nazionale.
Ieri Dodik ha premiato nientemeno che Putin per il suo «amore» verso la Rs, nella prima giornata dei festeggiamenti. Sono cadute invece nel nulla appelli e denunce che arrivano da Sarajevo e dall’estero. Fra questi, quelli di europarlamentari di vario indirizzo e dell’Alto rappresentante della comunità internazionale, Christian Schmidt, che ha scritto alla leadership di Banja Luka sottolineando che «le decisioni della Consulta sono definitive e devono essere rispettate», in particolare dagli uomini delle istituzioni.
Festa incostituzionale che invece «si trasferisce sull’uscio della città che fu obiettivo del terrorismo dell’aggressore e sottoposta al più lungo assedio» in Europa, ha stigmatizzato anche la sindaca della capitale bosniaca, Benjamina Karic. Sul piede di guerra anche reduci e veterani bosgnacchi del conflitto, che hanno evocato proteste
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