Scontri in Kosovo, l’Interpol dà la caccia al commando dei paramilitari serbi

BELGRADO Un caso irrisolto, ma troppo grosso e pesante per essere dimenticato. E che ora si riapre con forza e con potenziali gravi conseguenze, soprattutto per le dinamiche interne in Serbia e naturalmente per i rapporti tra Belgrado e Pristina e tra Belgrado e la Ue.
Il caso è quello di Banjska, lo scontro a fuoco nel nord del Kosovo tra un folto gruppo di paramilitari serbi e la polizia kosovara avvenuto a fine settembre – tre i morti tra i serbi, uno tra le forze dell’ordine kosovare – e si sta gonfiando. Lo conferma l’emissione di mandati di cattura internazionale da parte dell’Interpol nei confronti di Milan Radoičić e di una ventina di altri presunti membri del suo commando. Commando, va sottolineato, che avrebbe agito proprio agli ordini di Radoičić, controverso imprenditore con base nel nord del Kosovo, in passato considerato vicino all’attuale presidente serbo Aleksandar Vučić e al Partito progressista, ex presidente della Srpska Lista e da anni considerato l’eminenza grigia a Mitrovica nord.
Il cerchio sul potente Radoičić sembra ora stringersi, proprio a causa della tragedia di Banjska. Un mandato è stato effettivamente emesso, hanno confermato il ministro serbo-kosovaro Nenad Rasić ma anche Enver Dugolli, vice-presidente della commissione per la Sicurezza e la Difesa al Parlamento di Pristina, che ha aggiunto che sulla lista dei ricercati ci sarebbero anche degli ex membri di etnia serba della Kosovo Police, trasformatisi in paramilitari. Il mandato, secondo quanto svelato da media regionali, sarebbe stato emesso su richiesta del Tribunale di Pristina.
Radoičić, ricordiamo, pochi giorni dopo i fatti di Banjska aveva ammesso di essere il leader del gruppo paramilitare attraverso una nota resa pubblica dai suoi difensori, mentre Pristina continua a sostenere che Radoičić non avrebbe agito da solo, ma con l’assistenza di Belgrado. Radoičić era poi stato brevemente fermato dalle autorità serbe lo scorso ottobre per una inchiesta su «associazione criminale» per crimini «contro la sicurezza generale», per poi essere rimesso in libertà con l’obbligo di non lasciare il Paese e di ritornare in Kosovo.
Cosa cambia, ora, con i mandati? Nel concreto poco, ma l’impatto politico e diplomatico su Belgrado potrebbe essere forte. «La Serbia non riconosce il Kosovo» e tantomeno c’è «un accordo di estradizione» tra Belgrado e Pristina, dunque Radoičić è relativamente al sicuro, ha suggerito l’analista Bojan Elek, del Belgrade Center for Security Policy. Ma proteggere una persona con un mandato di cattura internazionale sulla testa potrebbe rivelarsi controproducente. Già lo scorso ottobre infatti l’europarlamentare e rapporteur sul Kosovo all’Eurocamera, Viola von Cramon, aveva chiesto a Belgrado di cooperare con Pristina sull’inchiesta Banjska e a estradare Radoičić, pena «misure» punitive, come il taglio dei fondi Ue. Sulla stessa linea anche l’eurodeputato Tonino Picula. E sono temi che ora potrebbero riproporsi dopo il mandato Interpol, provocando mal di testa a Vučić, in vista del voto del 17 dicembre. E proprio il presidente serbo cripticamente ha parlato di Radoičić in un’intervista alla rivista Nin. «Non sono il tipo che infierisce su persone che attraversano un periodo difficile», ha detto, ma «so quanto i serbi sono stati provocati» nel nord. Radoičić, ha però suggerito ancora Vučić, «è davanti a pesanti procedure» giudiziarie in Serbia, dopo aver messo il Paese in una «posizione drammaticamente complicata». Forse ancora di più di quello che si pensi, dopo il coinvolgimento dell’Interpol.
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