Referendum sulla Nato e più spese militari: è polemica in Slovenia

Scintille in maggioranza sull’annuncio di 44 milioni a Kiev. Punge il leader del partito populista Resni.ca: «Quei soldi non all’Ucraina, servono a noi»

Stefano Giantin
Al centro delle polemiche in Slovenia i fondi per la guerra in Ucraina
Al centro delle polemiche in Slovenia i fondi per la guerra in Ucraina

Il premier Janša, a capo di una maggioranza di centrodestra, di cui un partito populista è essenziale stampella esterna, promette sostanziosi investimenti nel settore difesa e soprattutto 50 milioni di dollari in aiuti militari all’Ucraina. E la mossa suscita mal di pancia, portando addirittura all’evocazione di un referendum sull’uscita del Paese alla Nato. Ma dietro la boutade potrebbero esserci solo scaltri calcoli politici, suggeriscono le opposizioni.

È lo scenario che si sta concretizzando in Slovenia, dove sta tornando prepotentemente d’attualità il tema del ruolo di Lubiana nell’Alleanza atlantica. La miccia? Un post provocatorio di Zoran Stevanović, attuale presidente del Parlamento e leader del partito populista Resni.ca, i cui voti garantiscono dall’esterno la tenuta del governo Janša, seppur senza una partecipazione diretta nell’esecutivo. Stevanović che ha alzato un enorme polverone proponendo una sorta di «mega-referendum day», da tenersi in contemporanea con le elezioni amministrative del prossimo 15 novembre.

Il tema, proprio quella Nato, in cui la Slovenia è entrata nel 2004. «In questa giornata si potrebbe anche sollevare la questione dell’adesione della Slovenia alla Nato», ha confermato lo stesso Stevanović. Stevanović, ha ammesso lui stesso, che si è mosso dopo i richiami dell’attuale leadership politica di Lubiana a «mandare soldi all’Ucraina». Il riferimento è appunto ai 50 milioni di dollari (44 milioni di euro) che il premier Janša ha promesso a Kiev al recente vertice Nato di Ankara, nell’ambito del cosiddetto “Purl”, il programma per facilitare le forniture militari all’esercito ucraino. Ma «al momento è la Slovenia ad avere più bisogno di quei 44 milioni», ha sostenuto Stevanović, criticando anche il precedente governo che ha «inondato l’Ucraina di nostri soldi e intanto la guerra continua». Da qui, l’evocazione del referendum per tastare il polso all’elettorato.

«Cosa ne pensate di quest’idea? Potere al popolo», ha chiosato Stevanović. «Bravo Zoran, cechi, slovacchi e ungheresi hanno già detto no» ai fondi per l’Ucraina, «dobbiamo prima pensare alla Slovenia» e «decidiamo noi su come spendere i nostri soldi», alcuni dei commenti della base di Resni.ca. Ma la proposta sta creando non pochi mal di pancia nel resto della politica slovena. La partecipazione alla Nato è «cruciale per la Slovenia», ha chiuso le porte il neoministro degli Esteri sloveno, Tone Kajzer. «I ragazzi devono discutere tra loro sul referendum, dato che sono parte della coalizione», il commento ironico del socialdemocratico Luka Goršek.

Ma la proposta referendaria di Stevanović non è inedita. L’anno scorso, infatti, le promesse dell’allora governo Golob di aumentare massicciamente le spese per la difesa avevano provocato malessere nella maggioranza di centrosinistra. E Levica (Sinistra) aveva proposto un referendum consultivo sul tema. Il Movimento Libertà di Golob aveva allora rilanciato, proprio con una consultazione popolare sull’adesione alla Nato, idea poi subito archiviata, con Levica che, contemporaneamente, aveva fatto marcia indietro. Idea che ora riemerge con forza, per bocca di Stevanović. Ma le critiche implicite alla Nato sarebbero solo una cortina fumogena, ha sostenuto Asta Vrečko (Levica), ribadendo la contrarietà del suo partito all’Alleanza atlantica. Ma al contempo accusando Stevanović di voler solo distrarre l’attenzione da problemi interni al suo partito, un riferimento al caso del deputato di Resni.ca Boris Mijič, al centro di un affare di mancati pagamenti ai lavoratori nella sua impresa di costruzioni.

 

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