La parata serbo-bosniaca del 9 gennaio riaccende le polemiche

Forze speciali in armi e mezzi blindati nelle vie di Banja Luka per la “Giornata della Repubblica”. Presenti i vertici politico-religiosi di Belgrado. Sarajevo insorge: «Incostituzionale»

Stefano Giantin
La parata militare che si è svolta a Banja Luka in occasione delle celebrazioni del 9 gennaio
La parata militare che si è svolta a Banja Luka in occasione delle celebrazioni del 9 gennaio

Come ogni anno, una celebrazione sentita da una parte del Paese, che viene letta allo stesso tempo come l’ennesima sfida nell’altra metà e a Occidente, momento sciupato da attriti. E dalla minaccia, concreta, di una dura repressione. È il teatrino andato in scena, come ogni anno, in Republika Srpska (Rs), l’entità politica a maggioranza serba che forma, assieme alla Federazione bosgnacco-croata, la Bosnia-Erzegovina.

Rs dove si è celebrata la “Giornata della Repubblica”, per commemorare la sua fondazione, avvenuta il 9 gennaio 1992, malgrado la festività sia stata più volte dichiarata incostituzionale da Sarajevo perché discriminatoria verso i non-serbi, dato che cade nello stesso giorno di una solennità religiosa ortodossa. Ma Banja Luka è andata avanti, mettendo in agenda celebrazioni politiche e religiose e soprattutto una sfilata di polizia, forze speciali in armi, mezzi blindati – uno spettacolo che, ogni anno, inquieta ed evoca dolorose memorie collettive, in Bosnia.

Non per i serbo-bosniaci, la cui leadership non fa marcia indietro. I «tentativi di vietare o delegittimare» la festa del 9 gennaio «non hanno niente a che fare con il diritto o con la convivenza» tra etnie diverse, bensì con il desiderio di «cancellare la storia serba, l’identità e la volontà democratica del popolo», ha così spiegato Milorad Dodik, leader nazionalista e filorusso, deposto presidente della Rs che rimane, tuttavia, tenacemente la figura-chiave nell’entità.

Ma i tempi stanno cambiando, con Trump al potere, ha suggerito – un riferimento alla cancellazione delle sanzioni punitive Usa contro la leadership serbo-bosniaca. E senza sanzioni, «continueremo a celebrare il 9 gennaio», ha promesso Dodik. Washington tuttavia non sembra condividere appieno. «Gli Stati Uniti hanno in passato deciso dure misure per contrastare attività contrarie a Dayton e rimangono impegnate a prenderne di simili in futuro per far rispettare lo stato di diritto» in Bosnia, ha ammonito l’ambasciata americana a Sarajevo.

Il premier serbo-bosniaco Savo Minić, da parte sua, ha assicurato che la festa è pensata soprattutto per «commemorare i combattenti che hanno dato la vita per la Rs» durante il sanguinoso conflitto in Bosnia e «senza i quali oggi non ci sarebbero serbi in questi territori», ha sostenuto. Combattenti, ha fatto eco la rappresentante serba della presidenza tripartita, Željka Cvijanović, che «difesero ciò che nacque nel segno della libertà, ossia la Republika Srpska». Rs che è «stata fondata per la pace e perciò rimane oggi uno dei pilastri della stabilità della regione», entità con cui Belgrado mantiene «relazioni forti e indistruttibili», ha fatto eco il presidente serbo, Aleksandar Vučić. «La Serbia sarà sempre al fianco della Rs e del suo popolo», ha assicurato, mentre a Banja Luka partecipavano alle celebrazioni i massimi vertici politico-religiosi, il premier Macut e il patriarca serbo Porfirije.

Festa dei serbo-bosniaci che rimane, tuttavia, fonte di accesi contrasti, con Sarajevo che ha parlato di giorno nefasto. Dato che è stata dichiarata incostituzionale, chi la celebra «viola la Costituzione» e dovrebbe temere «conseguenze» penali, il pesante richiamo arrivato dall’Alto rappresentante della comunità internazionale Christian Schmidt, “nemesi” di Dodik, arbitro sul rispetto degli accordi di pace di Dayton. Non sono parole vuote. Perché la Procura nazionale ieri ha fatto sapere di aver aperto un fascicolo sulle provocatorie sfilate, a Banja Luka. —

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