Negoziati di adesione, l’Europa si divide sull’ok alla Bosnia
Da Vienna a Lubiana e Roma: «Sarajevo, interesse strategico»

BELGRADO. Non solo il nodo Ucraina, con l’Ungheria di Orban pronta allo scontro con Bruxelles. Anche la Bosnia-Erzegovina rischia di essere una miccia pronta a detonare all’interno della Ue, tra uno zoccolo duro di Paesi che spingono per l’avvio dei negoziati d’adesione e altri che fanno muro. È lo scenario che va sviluppandosi con sempre maggior chiarezza in vista del Consiglio europeo della settimana prossima, dove si dovrebbe discutere di temi-chiave per il futuro dell’Europa, allargamento in testa.
Fra i temi sul tavolo, appunto, l’avvio dei negoziati di adesione con Ucraina e Moldova, una mossa raccomandata dalla Commissione europea che al contempo ha consigliato di fare lo stesso con la Bosnia, ma solo se «certi criteri» saranno rispettati. Dare tuttavia luce verde a Kiev e Chisinau e non a Sarajevo potrebbe avere effetti deflagranti nei Balcani. È la posizione di un gruppo di Paesi Ue, Austria in testa, sempre più espliciti nel chiedere a Bruxelles di non compiere errori strategici.
Lo ha ribadito da Sarajevo la ministra della Difesa austriaca Klaudia Tanner, affermando che «accelerare i negoziati con gli stati dei Balcani occidentali è una chiara priorità per noi, prima di parlare di altre possibili adesioni», come quella di Ucraina e Moldova. L’Europa «non deve perdere di vista il suo vicinato più prossimo» a causa delle «crisi in tutto il mondo», ha aggiunto, ribadendo poi che i Balcani e «la Bosnia-Erzegovina in particolare sono un partner importante per l’Austria su stabilità, cooperazione regionale e integrazione europea». Le parole di Tanner vanno a rinforzare quelle del ministro degli Esteri di Vienna, Alexander Schallenberg, che di recente aveva fatto appello all’immediata apertura dei negoziati anche con Sarajevo già durante il Consiglio europeo in programma questo mese.
Ma non c’è solo Vienna a spingere per non lasciare indietro la Bosnia, malgrado le crisi e i problemi reali che indeboliscono il Paese, in testa le pulsioni secessionistiche della leadership serbo-bosniaca. «Sottolineiamo la necessità politica di assicurare l’apertura dei negoziati d’adesione con la Bosnia-Erzegovina entro la fine di quest’anno», hanno chiesto anche Slovenia, Croazia, Repubblica Ceca, Grecia, Slovacchia e Italia, sottolineando la necessità di non fare distinzioni «tra Paesi candidati» nell’ottica di un «interesse strategico» europeo riguardo a «sicurezza e stabilità». Il rischio altrimenti è che politici anti-Ue e anti-Occidente approfittino del vuoto e ne beneficino, ha rimarcato lo stesso ministro degli Esteri croato, Grlić Radman.
Ma mentre ieri è iniziato un dialogo ad alto livello politico sui progressi della Bosnia a Bruxelles, tra il 14 e il 15 dicembre, nelle segrete stanze del Consiglio europeo, ci sarà un altro zoccolo duro che invece giudica la Bosnia come Paese che non ha fatto tutti i compiti e non va premiato. A guidare questo gruppo sono i Paesi Bassi, col governo olandese che, in una “Lettera al Parlamento” per informarlo sulla posizione che sarà tenuta a Bruxelles, ha confermato di essere per il no.
Sarajevo deve prima rispettare i 14 criteri stabiliti dalla Ue, ha detto l’Olanda, aggiungendo di esser «molto preoccupata» anche per le mosse di Milorad Dodik e dei suoi in Republika Srpska. Coi Paesi Bassi concorderebbero «altri Stati membri», hanno svelato ieri vari media regionali, capofila la tv N1 che ha anticipato che i leader Ue, molto divisi sul tema Bosnia, rimanderanno ogni decisione malgrado le crescenti pressioni di Slovenia e Croazia per accelerare. Almeno fino «a marzo», ha suggerito il commissario all’Allargamento, Oliver Varhelyi.
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