Il senso della frontiera e l’identità dell’Europa nella traiettoria di Gorizia

Da Go!2025 la spinta per un antidoto contro la maligna cultura delle barriere e la riscoperta della Nizza d’Austria come parte da vivere e da praticare oggi della Mitteleuropa

Paolo PossamaiPaolo Possamai

Ma qual è il lascito di Gorizia-Nova Gorica Capitale europea della Cultura 2025? Non è qui in tema una riflessione sui flussi turistici, sui valori economici, sui mutamenti immobiliari o sugli eventi di spettacolo o culturali. Vorrei ragionare sul senso del confine, anzi della frontiera e provare a ragionare su che cosa ci insegna la parabola di Gorizia, dalla fine del Secondo conflitto mondiale ai giorni nostri.

Dal colore grigio ferro della città, infatti attraversata dalla Cortina di ferro, al verde delle colline del Collio-Brda senza confini. La riscoperta della Nizza d’Austria come parte da vivere e da praticare oggi della Mitteleuropa. Gorizia anche come simbolo e metafora di un’Europa possibile, senza confini ma aperta a nuove frontiere.

Potrei associarmi al canto lirico che in tanti esprimono riguardo al superamento dei confini. E mi verrebbe molto naturale, nel senso che una parte di ciascuno di noi ovviamente è votata alla speranza. D'altra parte, esiste un'altra componente che metterei in conto al rischio disillusione.

Con l'illusione di una Europa senza più confini e senza più guerre ci siamo intrattenuti per molti decenni, la disillusione è la fase presente in cui dismettiamo nei fatti e nei pensieri quell’orizzonte.

Siamo dentro ad una stagione che sta provando a riscrivere la storia, al punto tale che uno degli uomini più importanti del pianeta, pro-tempore presidente degli Stati Uniti d'America, per esempio non discute nemmeno più sul senso e sul valore della svastica nazista e la tralascia come un orpello del passato. La svastica, secondo gli ideologi di Trump, non è più “un simbolo di odio”. Parlano a noi europei, che abbiamo deciso di condividere una serie di fattori fondanti e fondamentali della nostra identità, tra cui per esempio il ripudio del nazismo. Se anche la svastica non ha significato e valore, ne deriva la caduta di un elemento centrale della nostra identità europea.

Identità è una parola che pretende di essere maneggiata con cura, perché ha un etimo che viene da “idem”: la stessa cosa. Ognuno di noi è identico solo a sé stesso, eppure abbiamo dei fattori identitari comuni. Il punto è quanto vogliamo enfatizzare i fattori che ci uniscono e quanto lavoriamo su quelli che ci dividono. Il punto è chiarire i confini della nostra identità di europei. Che è sotto bombardamento da parte di Trump e del suo speculare antagonista-omologo Putin. Il punto è chiarire se vogliamo combattere come europei o se ci vogliamo dividere al nostro interno, ricostituendo i confini e tradendo dunque la storia bella che racconta Gorizia.

Ci sono forse un paio di libri che ci possono aiutare a riflettere. Il primo si intitola “Praga, poesia che scompare”, saggi degli anni ‘80 di Milan Kundera (Adelphi). “Praga si allontana lentamente nelle nebbie dell’Europa dell’Est, cui non ha mai appartenuto” scrive Kundera. Ma che c'entra Praga con Gorizia? Il tema dei confini interessa tanto Praga quanto Gorizia e la interessava 50 anni fa così come - sotto aspetti ovviamente diversi - la interessa oggi. La interroga potentemente oggi in ragione dell'opera di restaurazione della Grande Russia in corso per azione di Vladimir Putin.

Di questo disegno neo-zarista, tutto proteso a ripristinare i confini e le aree di influenza che furono dell’Urss, ci ha assai per tempo avvertito Demetrio Volcic e lo ha fatto con straordinaria lungimiranza lungo i decenni del suo cammino di giornalista rispetto a quanto avveniva nel gran teatro dell’Europa dell’Est. Di libri Volcic a questa materia incandescente ne ha dedicati parecchi (tra gli altri “L’autunno di Praga”, Sellerio, e “Piccolo zar”, Laterza). Volcic è morto a Gorizia, il 6 dicembre 2021. Perché Demetrio Volcic, che aveva casa a Parigi, a Vienna e poteva scegliere di abitare dove voleva, decise di attendere il suo tramonto a Gorizia? Non so se lui si sia mai fatto questa domanda, quel che è certo è che Gorizia condensava in sé stessa tutta la sua indagine professionale, culturale, esistenziale, posto che Demetrio ha speso l’intera vita in faccia alla frontiera. Dunque era in qualche modo naturale che l'ultimo giorno lui fosse ancora alla frontiera, fosse ancora lì a guardarla. Un uomo di mente apertissima, come sanno essere quelli che non vivono la frontiera come un limite, ma come un interrogativo.

Possiamo leggere il “confine” etimologicamente come una linea, un limite in cui “finisce” un mondo e specularmente vale per il mondo opposto. Due mondi che condividono una “fine”. Ha significati attigui la parola “rivale”, che sta a indicare chi abita la riva di un corso d’acqua, opposta a un’altra riva.

Diversa è la parola “frontiera”, che contiene solo un “di qua” noto: oltre la frontiera si apre una terra densa di incognite e di insidie, di speranze e di possibilità. Diversamente da “confine”, non vi è opposizione nel concetto di “frontiera”: le frontiere della scienza o dell’arte indicano una ricerca. Frontiera in qualche modo è una parola che trattiene un significato di movimento, diversamente da confine.

Viene da “fronte”, insomma dalla parte anteriore della testa e in ciò stesso indica una direzione di marcia, un orientamento. Possiamo pensare a Gorizia non più come una linea di confine ma come una frontiera rivolta a esperienze nuove e dunque come un processo di cambiamento? A suo modo va in questa direzione la proposta del presidente della Giunta regionale friul-giuliana, Massimiliano Fedriga, che immagina di allestire a Gorizia una rassegna annuale dedicata all’arte digitale, di scala internazionale, sulla scorta della grande fortuna sortita dall’esperienza dell’artista visivo turco-americano Refik Anadol in Galleria Bombi.

Vorrei provare a rispondere prendendo a prestito un altro grande piccolo libro - nel senso della brevità - di Milan Kundera, una coppia di saggi intitolata “Un Occidente prigioniero” (Adelphi). In buona sostanza, in queste conferenze tenute nel 1967 e nel 1983, Kundera parlava di un pezzo d'Europa sequestrato politicamente (annesso all’area di influenza russa) e sottratto alla sua traiettoria storica e culturale (l’Europa occidentale). Kundera dice: "Io boemo non mi sento russo o filo-russo. Io mi sento pienamente europeo. L’Occidente è in me e nella matrice culturale della mia terra. Sento le similitudini con la Francia, con la Germania o con l'Inghilterra, assai meno di quelle con l'area russa”. Similmente, qualche giorno fa, sul “Corriere della Sera”, Svitlana Onyshchuk, 41 anni, governatrice della regione di Ivano-Frankivs’k, addossata ai Carpazi e nota alla storia con il nome di Galizia, diceva: “L’Ucraina è parte integrante dell’Europa: adesso più che mai. Qualche settimana fa mi sono recata in visita al Parlamento di Bruxelles e mi sono sentita davvero a casa”.

La gigantesca partita a scacchi mossa da Putin - tragicamente avviata con il conflitto in Ucraina - comporta una ridefinizione delle aree di influenza richiamate da Kundera e da Onyshchuk. Una riscrittura dei confini e della storia. E questo disegno di ricostituzione della grande Russia confligge in maniera frontale e drammatica con il processo di ricongiunzione all’Europa Occidentale di quel che Kundera definisce “Un Occidente prigioniero”. Parliamo del formidabile processo di allargamento dell’Ue avviato verso Est a partire dal 2005, con l’ampliamento a tutti i Paesi dell'area baltica, alla Polonia fin giù ad arrivare a Bulgaria e Romania. Ma Putin sta intensamente lavorando a ripristinare a proprio vantaggio una linea di faglia che noi europei immaginavamo superficialmente di aver superato.

Di questo processo noi europei siamo assai poco consapevoli e nient’affatto vigili, presissimi piuttosto a contestare i fattori dell'identità comune e distratti relativamente al fatto che qualcheduno sta giocando a sbranarci. Come uscire da questo cortocircuito? Penso possa accadere solo se interverrà una pratica convergenza tra idealisti e realisti.

Mi viene a mente una passeggiata fatta una quindicina d'anni fa, in Val Rosandra alle spalle di Trieste, lungo quella specie di taglio nelle Alpi Giulie che si incunea verso il confine con la Slovenia (con la Jugoslavia, prima). Eravamo in camminata con Paolo Rumiz e per una breve deviazione dal sentiero principale ci siamo imbattuti in quel che sopravviveva di una garitta confinaria. Una garitta lungo un tratturo di montagna, attraversato da due monconi di una sbarra a colori rosso e blu. Alla sbarra mancava la sezione centrale. “Quel che manca della sbarra l'ho portato a casa mia come ricordo. Sono venuto qui qualche giorno dopo la caduta del Muro a segarla con un amico, perché da sempre ci intralciava il cammino” mi ha detto con sorriso sornione Rumiz. Nel gesto di Rumiz era contenuta un’ambizione di libertà, un ideale praticato.

Fin qua la metafora degli idealisti. I realisti sono quelli che si applicano a organizzare la società, a gestire l'economia. Sono quelli che possono riscoprire che il Collio italiano e la Brda slovena sono semplicemente il Collio-Brda e che da una capacità di promozione congiunta del territorio deriva un vantaggio per ambedue le parti. Perché il territorio è unico, uno dei più belli e più intonsi d'Europa, segnato da un confine che è solo sulla carta geografica. Il senso e il ruolo dell’economia, nella logica del superamento dei confini, parte dalla valorizzazione del paesaggio, della cultura vinicola, di un’area punteggiata di borghi di straordinario fascino. E di questo territorio vasto Gorizia è storicamente la capitale, il perno naturale.

E la politica? La politica fa tanta fatica a lavorare con la logica del chirurgo che sutura la ferita: parliamo dei confini tracciati dopo la Seconda guerra mondiale, confini non solo geografici ma nelle vite reali di chi quei territori abitava e abita. In questa fase della storia, per chi governa è più facile e più lucrativo dal punto di vista del consenso esaltare le differenze piuttosto che investire su ciò che ci unisce. Dentro alla ricerca del consenso facile va ricercata - almeno in parte - anche la sospensione dei Trattati di Schengen alla voce "Dobbiamo fermare i migranti". Ma i migranti siamo anche noi che attraversiamo il confine tutti i santi giorni magari, oppure che andiamo in vacanza in Istria e in Dalmazia e che quando di rientro precipitiamo a Muggia troviamo di nuovo le garitte. Garitte mobili, nel senso che sono dei piccoli gazebo e container. Un effetto psicologico, perché in realtà non fermano praticamente mai nessuno, ma intanto siamo tutti di nuovo in coda.

Tolleriamo perché 20 anni dopo l'allargamento è come se avessimo largamente esaurito l’ideale spinta propulsiva, come se non avessimo più in testa di esplorare nuove frontiere e ammettessimo il ritorno dei vecchi confini. Invece, proviamo a riavvolgere il film della nostra vita e delle nostre esperienze, andiamo a guardarci com’era 20, 30 o 40 anni fa: francamente non scambierei la mia vita di oggi con quella di chi aveva il cimitero tagliato a metà dal confine.

Il sindaco di Gorizia, Rodolfo Ziberna (Forza Italia), un paio di mesi fa ha detto pubblicamente che lui non capisce la sospensione del Trattato di Schengen e la ripresa dei controlli al confine (con annesso impressionante dispendio di forze di polizia). Penso si sia reso conto della schizofrenia di inneggiare a “Go 2025 Borderless” e in pari tempo praticare il ridicolo ripristino di autoblindo e garitte confinarie in pieno centro città. Ziberna vorrebbe esporre l'esempio di Gorizia e di Nova Gorica come uno dei rari luoghi in Europa, anche grazie all’esperienza della Capitale europea della Cultura, dove il confine è stato davvero superato nella quotidiana esistenza di chi ci vive. Così gli è venuto in mente di costruire un evento in cui ad ogni annata una città differente d'Europa, dislocata lungo qualche confine, possa portare a Gorizia la propria storia e la propria esperienza. Un antidoto contro il ritorno della maligna cultura dei confini.

Tutti noi viviamo di esempi buoni o cattivi. E se in questa fase portiamo in palmo di mano i cattivi esempi, faremo una cattiva formazione. E una brutta fine.

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