Belgrado, i funerali di Ratko Mladić tra picchetti d’onore e l’indignazione dei Balcani

Cerimonia officiata dal patriarca Porfirije alla presenza di ministri serbi e leader bosniaco-serbi, mentre i media balcanici parlano di «parata della vergogna»

Stefano Giantin

L’ultimo atto per un uomo che causò inenarrabili lutti, che aveva sulla coscienza il genocidio di Srebrenica e altri terribili crimini di guerra e contro l’umanità – un boia per tanti, ma ancora un eroe, per alcuni – è andato in scena lunedì, nella capitale di un Paese frammentato, la Serbia, in una giornata che non poteva che essere controversa e dalle diverse, possibili letture. Tra lacrime, onori tributati e mal dissimulati, discutibili presenze e allo stesso tempo assenze pesanti.

Atto, l’ultimo saluto a Ratko Mladić, che è iniziato alle 7, nella Chiesa di San Luca, non una delle chiese storiche nel cuore di Belgrado, come l’imponente Sveti Sava, già teatro di funerali di Stato in passato – bensì un grande tempio terminato nel 2003, nel quartiere periferico di Filmski Grad. Lì, fin dal mattino, hanno cominciato ad affluire a migliaia, a rendere l’ultimo omaggio alla salma, molti arrivati con decine di pullman dalla provincia, dalla Republika Srpska, alcuni dal Montenegro.

«Sono venuto a dare l’ultimo saluto al nostro generale», spiega Marko, da Belgrado, un giovane vestito di nero, con la faccia di Mladić in bella mostra sulla maglietta. «Lo hanno ucciso all’Aja», sostiene invece, adottando in toto la versione della famiglia, un reduce arrivato dalla Republika Sprska assieme ad altri veterani. «Dovete andare giù in Kosovo a riprenderci ciò che è nostro», urla invece ai veterani col basco rosso in testa un’altra pensionata, mentre altri accendono candele gialle in memoria di Mladić, sui tipici portaceri votivi, piazzati tutt’intorno alla Chiesa di San Luca.

«Non sei morto, generale, vivi nei nostri cuori», il cartello innalzato da un altro pensionato davanti a Sveti Luka. Nei pressi, un’altra donna, sempre anziana, si dice «orgogliosa» di averlo conosciuto personalmente. Dietro di lei, continuano a sfilare persone con magliette con stampate l’immagine di Mladić e la scritta «eroe del popolo serbo».

Arrivano poi gli ultrà di Stella Rossa e Partizan. Che il giorno prima, al derby, avevano osservato unite un minuto di silenzio in onore di Mladić, con annessa esposizione al “Marakana” di un mega-poster con il viso del defunto. E la scritta «dritti a Potočari», un macabro riferimento a Srebrenica.

Alle 12 inizia l’“opelo”, rito funebre ortodosso celebrato addirittura dal patriarca Porfirije, che ha sostenuto la superiorità della giustizia divina su quella terrena. «Siamo davanti alla salma del generale, sappiamo che era cristiano, che è morto portando sul petto la croce, sappiamo che il suo nome rimarrà profondamente nella memoria e nelle preghiere della gran parte del nostro popolo serbo-ortodosso. Che lo vede come soldato e comandante che, in un’epoca difficile e tragica, ha portato un grande peso».

Mladić si è «battuto per la libertà e la difesa del suo popolo», ha sostenuto il patriarca. Ma fu anche un uomo la cui vita «non si può separare» da una guerra tragica, da «tanti morti e profondi traumi», ha però aggiunto, chiedendo di pregare non solo per «l’anima di Mladić, ma anche per tutti quelli che sono morti» nel conflitto.

Il patriarca Porfirije ha parlato davanti alla bara dell’ex generale, su cui erano posati il suo berretto da ufficiale, la sciabola e le medaglie. Bara su cui hanno vigilato, a turno, reduci e un picchetto di sei militari serbi con elmetto e uniforme da combattimento. Assente la Guardia d’onore dell’esercito, come avvenuto in passate esequie celebrate con i più alti onori di Stato.

I militari hanno poi portato a spalla il feretro coperto con le bandiere serba e serbo-bosniaca fino al carro funebre che lo ha condotto al cimitero. Onori, «i più alti» di Stato e militari che, ricordiamo, erano stati evocati dal ministro della Giustizia serbo, Nenad Vujić, sollevando un polverone internazionale, ma il presidente Vučić aveva successivamente “raffreddato” gli entusiasmi, suggerendo che lo Stato avrebbe solo dato assistenza logistica alla famiglia nell’organizzazione dei funerali. Poi, sulla vicenda era calato il silenzio.

All’interno della chiesa di San Luca, oltre alla famiglia Mladić, c’erano però esponenti di punta del governo serbo – i ministri Gašić (Difesa), Selaković (Cultura), Djurđević Stamenkovski (Lavoro), Vujić (Giustizia) e Popović (senza portafoglio), oltre a Miloš Jovanović, leader del Novi Dss, all’opposizione.

Grande assente, il presidente Vučić, impegnato per due giorni con l’omologo uzbeko in visita a Belgrado. Mancavano, tra gli altri, anche il premier Macut e la presidente del Parlamento Ana Brnabić. C’erano però il figlio di Vučić, Danilo, Milorad Dodik con le massime cariche politiche serbo-bosniache.

E l’ambasciatore russo, Botsan-Kharchenko. Infine, la processione verso il cimitero di Topčider, seguita da una marea di persone. Lì gli onori militari sono diventati espliciti, con soldati delle Forze armate serbe che hanno trasferito la bara su un affusto, l’hanno accompagnata alla tomba e un picchetto dell’esercito ha sparato la salva d’onore. Infine, l’inumazione accanto ad Ana, la figlia morta suicida a 23 anni nel 1994.

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