Primo omaggio a Mladić a Belgrado, in platea anche il ministro Vujić
Circa 300 persone alla Casa dell'Esercito per rendere omaggio al condannato per il genocidio di Srebrenica: blindato l'ingresso ai media internazionali

In 300 stipati nella sala della Dom Vojske, ad ascoltare discorsi in suo onore e a elevare elegie del defunto. Davanti al palazzo, nel cuore di Belgrado, circa 200 – molti i giovanissimi – a rendere i loro omaggi, a distanza, mentre nel resto del centro città la vita va avanti come sempre, tra passeggiate e compere, gente nei caffè e nei ristoranti.
Non è stato certamente un bagno di folla la prima commemorazione formale organizzata sabato 5 settembre a Belgrado per celebrare Ratko Mladić, l’ex generale serbo-bosniaco condannato in via definitiva per il genocidio di Srebrenica e per gravissimi crimini di guerra e contro l’umanità, morto in detenzione lo scorso 27 agosto a L’Aja e la cui salma è stata trasferita in Serbia giovedì.
La commemorazione era in agenda sabato alle 12, appunto alla Dom Vojske, la Casa dell’esercito, un maestoso palazzo Anni Trenta che oggi ospita conferenze e mostre. Tuttavia, è stato occupato dai fedelissimi di Mladić, da reduci e ammiratori. A fare la fila per entrare qualche anziano, molti ragazzini, alcuni con magliette con il faccione di Mladić e la scritta «eroe», alcuni in uniforme mimetica, in mano bandiere serbo-bosniache e dei reparti militari un tempo comandati dal defunto. Bocche cucite coi giornalisti.
Per entrare, una rigidissima selezione. «Tu no», dice dall’altra parte della porta un bodyguard di nero vestito, quando gli si mostra il tesserino stampa internazionale. Stessa sorte anche per media non allineati alla classe politica oggi al potere, come la Tv N1, a cui è stato negato l’ingresso. Sono potuti invece entrare i media che idolatrano Mladić, come il tabloid filogovernativo Informer, che hanno raccontato in un “live” il quadro all’interno.
In prima fila la vedova di Mladić, Bosiljka e il figlio Darko, che ha invitato a «partecipare ai funerali» di lunedì «in gran numero». Mladić è stato «un generale che ha contribuito grandemente alla difesa del suo popolo» e il suo posto è tra i grandi della storia nazionale, «gloria eterna a Mladić», le parole che ha pronunciato il generale in pensione Branko Krga. Mladić fu «un grande condottiero, un eccellente professionista e un ufficiale che si è battuto per la sua patria, nessuno può sconfiggere russi e serbi», ha affermato la storica russa Jelena Guskova.
Alla commemorazione era presente anche Radan Ostojić, ministro del Lavoro e della tutela dei veterani e degli invalidi della Republika Srpska, che ha giurato che Mladić è «parte della storia serba» e che «non si può cancellare». In platea anche il ministro della Giustizia serbo Nenad Vujić, ma non erano presenti picchetti militari.
Nondimeno, non si placano le polemiche sui funerali dell’ex generale serbo-bosniaco in programma domani e sul ruolo dello Stato serbo nelle esequie. Ruolo che alla fine potrebbe essere tuttavia estremamente limitato, dopo l’alzata di scudi della Unione europea: saranno assenti il presidente Aleksandar Vučić e alti esponenti del governo, e non saranno tributati onori particolari, ha suggerito Euronews. Ma per la prova del nove bisognerà attendere le esequie, che saranno celebrate appunto domani.
Di certo, ogni famiglia, inclusa quella di Mladić, ha tutto il «diritto di seppellire» e piangere «un proprio caro, è una questione privata, ma ciò che è problematico in questo caso, sul quale non abbiamo ricevuto alcuna risposta dal ministro della Giustizia, è perché il funerale di Mladić sia diventato una questione di Stato», ha ribadito ieri Sofija Todorović, dell’autorevole Ong Youth Initiative for Human Rights. «La legge serba sull’esercito – ha ricordato – prevede la perdita del grado per i militari condannati in via definitiva a più di un anno di carcere». E nessun onore particolare.
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