Fronte del gas anti Putin, la Bulgaria cambia rotta
La Bulgaria volta le spalle all’Ue e si prepara a bussare alla porta di Gazprom. «Impossibile fare a meno delle forniture russe»

TRIESTE Prima la fase dell’intransigenza verso la Russia, poi la rappresaglia del Cremlino con il taglio alle forniture, seguita da mesi di spasmodica ricerca di fonti alternative. Infine, la resa. Cominciano a intravedersi crepe, nel fronte Ue dell’indipendenza energetica da Mosca. Accade a Est e nei Balcani, regione fortemente legata alla Russia, soprattutto per quanto riguarda il gas russo, dal quale staccarsi appare quasi impossibile. Lo dimostra, in particolare ma non solo, l’esempio della Bulgaria, primo Paese Ue con la Polonia a vedersi tagliate le forniture da Mosca già in aprile, a causa del rifiuto di Sofia di pagare in rubli.
Sofia che ha cercato per mesi una via d’uscita, puntando in particolare sul gas naturale liquefatto Usa. Ma la strada si è rivelata più accidentata del previsto. Gli slot disponibili in Turchia, per ora unica via per far arrivare il Gnl americano, si sono infatti dimostrati più cari di quanto si pensasse e Sofia ha potuto accettare solo un carico sui sette pattuiti. Il problema è «la tendenza in aumento dei prezzi», ha ammesso il ministro dell’Energia bulgaro, Rosen Hristov. E neppure il gas azero, che affluirà dalla vicina Grecia in tempi relativamente brevi, non basta. Da qui l’inversione a U registrata questa settimana, che sicuramente non farà piacere a Bruxelles.
Il governo tecnico a Sofia – in attesa del voto di ottobre – ha infatti dovuto alzare bandiera bianca e annunciare che cercherà di convincere il gigante russo dell’energia Gazprom a riprendere le forniture di gas alla Bulgaria. Si tratta di un passo «inevitabile», ha aggiunto sempre Hristov, ammettendo che il Paese non avrà sufficienti risorse dopo settembre. «Dobbiamo rivolgerci a Gazprom», ha così stabilito il ministro, spiegando che i negoziati saranno con alta probabilità gestiti dal futuro nuovo governo e saranno «molto difficili». «Riceveranno uno schiaffo dal Cremlino», ha conferrmato l’esperto di energia Vasko Nachev.
Ma lo schiaffo, soprattutto simbolico, è quello che è stato dato alla politica Ue dell’energia dalla Bulgaria, in procinto di andare a Mosca col cappello in mano. Crepe al fronte comune Ue che non sono solo quelle bulgare. A metà agosto, Gazprom ha cominciato infatti a inviare quantità addizionali di gas all’Ungheria di Orban – addirittura superiori a quanto concordato tra Mosca e Budapest a luglio, una maniera per “premiare” la linea morbida di Budapest. Sulla stessa linea, la Serbia che mira all’adesione e che già in primavera ha siglato un nuovo contratto di favore con Mosca. Nel frattempo, dalla Slovacchia alla Grecia – che ha speso nove miliardi finora per aiutare imprese e cittadini a causa del caro-energia - si cerca ancora affannosamente di riempire i depositi di gas per far fronte almeno all’inverno, con la Slovenia prossima a firmare un “accordo di solidarietà” con la Croazia, Paese forte del suo rigassificatore. E la battaglia per l’indipendenza energetica, come Sofia dimostra, appare più ardua e complicata del previsto.
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