Condanna di Thaçi all’Aja: in Kosovo dilaga la protesta
Il Pdk punta a ridurre le competenze dell’organismo e nel frattempo le piazze ribollono

Un mondo politico e un Parlamento frammentati e divisi su tutto, fortemente conflittuali, al centro di una crisi istituzionale che va avanti da oltre un anno e mezzo. Ma che riescono per una volta a compattarsi, in vista di una battaglia che è solo all’inizio. E che può deflagrare presto in una vera e propria sfida, mentre la piazza continua a ribollire.
È lo scenario in Kosovo, dove continua a tener banco la condanna in primo grado per crimini di guerra contro l’ex presidente Hashim Thaçi e altri tre ex alti papaveri dell’Esercito di Liberazione del Kosovo (Uçk), come lui poi protagonisti in politica, prima di finire alla sbarra davanti alle cosiddette Camere specializzate del Kosovo (Ksc). E proprio quelle Camere – Corte che lavora sulla base del diritto kosovaro, ma con sede all’Aja e giudici internazionali – sono ora la vera e propria nemesi della politica e della piazza, a Pristina.
Lo conferma una significativa dichiarazione votata da 99 deputati del Parlamento kosovaro alla sua prima sessione plenaria, nessun contrario e nessun astenuto. Dichiarazione che ha il sapore di una sfida frontale alla Ksc condotta da tutti gli attori della politica che, si legge nel testo votato all’unanimità, hanno espresso «profonda preoccupazione per la sentenza di primo grado» contro Thaçi, Kadri Veseli, Rexhep Selim e Jakup Krasniqi. Sentenza, ha spiegato la presidente ad interim e presidente del Parlamento, Albulena Haxhiu, che sembra dimenticare «la lotta per la libertà e l’indipendenza» del popolo kosovaro. E il fatto che l’Uçk fosse nata come reazione a una «repressione sistematica e crimini genocidiari commessi dalla Serbia», la posizione dei deputati.
Ma non c’è solo la dichiarazione, sostenuta da tutti i maggiori partiti, Vetëvendosje, Partito Democratico (Pdk), Lega Democratica (Ldk), Alleanza per il futuro del Kosovo (Aak) e minoranze etniche, tranne quella serba. Proprio il Pdk, il partito di cui Thaçi e Veseli furono leader, ha messo sul tavolo una insidiosa serie di emendamenti alla legge 05/L-053, quella che regola le Camere (Ksc), per restringerne le competenze. E circoscriverne il mandato essenzialmente ai reati direttamente collegati alle accuse sull’espianto e il traffico illecito di organi contenute nel rapporto di Dick Marty.
Non è finita. Il Pdk – che potrebbe ricevere appoggio dalle altre forze parlamentari – vorrebbe altresì fissare un tetto massimo alle future condanne (15 anni) e stabilire che le pene vadano scontate in Kosovo. Ma soprattutto prevedere la possibilità di grazia presidenziale. Emendamenti che hanno un forte peso simbolico. E anche politico. Il Pdk ha infatti suggerito che, in caso di appoggio da parte di Vetëvendosje – che ha chiesto un’analisi giuridica del testo - il partito sarebbe pronto a trovare un’intesa sul nome del prossimo presidente della Repubblica, da eleggere entro il 6 ottobre – per scongiurare nuove elezioni anticipate - di fatto risolvendo la crisi istituzionale che si trascina dall’anno scorso.
Nel frattempo, la piazza a Pristina continua ad agitarsi. Proteste contro il Tribunale vanno avanti da tredici giorni. Durante l’ultima, nella capitale kosovara, i manifestanti hanno sostenuto che la dichiarazione «è solo un pezzo di carta» e che l’Uçk «si difende con i fatti». Ed è proprio la legge messa in cantiere dal Pdk la via da seguire, hanno affermato i reduci dell’Esercito di Liberazione, chiedendo che le norme «vengano approvate» a stretto giro.
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