Basta con i controlli ai confini: così svanisce il sogno europeo e contiamo meno di Usa e Cina

Dovevano durare dieci giorni sono trascorsi quasi 3 anni. Risultano sottoposti a un presidio statico solo 13 dei 57 valichi presenti lungo i 232 chilometri della linea di confine con la Slovenia

Roberto Morelli
Controlli al confine di Casa Rossa tra Gorizia e Nova Gorica in un’immagine d’archivio
Controlli al confine di Casa Rossa tra Gorizia e Nova Gorica in un’immagine d’archivio

Lo spirito europeo, o quel che ne rimane, svanisce anche ai valichi di frontiera tra Italia e Slovenia. Dove i sindaci segarono le sbarre confinarie il 21 dicembre 2007; dove proprio in quella serata – ingenuità collettiva – si propagò la sensazione d’essere entrati in una nuova ora, ci siamo oggi assuefatti al ripristino di controlli materialmente inutili e culturalmente devastanti.

Lo svanire dell’idea di Europa non è nella sospensione del Trattato di Schengen che eliminò le frontiere: è nel solco che si ricrea nelle coscienze, ogni giorno un po’ più profondo e un po’ meno recuperabile.

Il dibattito sul presidio di polizia ai valichi si è rinfocolato con l’inattesa presa di posizione del sindaco di Trieste Dipiazza, che – dissociandosi coraggiosamente dalla linea corale del centrodestra – ne ha denunciato gli sprechi.

Viaggio intorno ai valichi secondari tra Italia e Slovenia, dove il presidio fisso non c’è
La redazione

La sua argomentazione, che i poliziotti impiegati alle frontiere sarebbero molto più utili nelle città, è difficilmente contestabile ed è solo una delle molte che dovrebbero suggerire il ritorno alla normalità, o a quella che credevamo tale.

L’efficacia dei controlli, anzitutto. La misura scaturì da un machiavellismo di poco respiro. Nell’ottobre del 2023, due settimane dopo l’attacco di Hamas a Israele, Schengen fu sospeso per dieci giorni per fronteggiare possibili infiltrazioni terroristiche. Poi i dieci giorni sono diventati anni, e presto faranno tre.

Ma soprattutto se ne palesò subito la vera ragione: ostentare davanti all’opinione pubblica il contrasto alle migrazioni irregolari. Allora non c’era ancora sulla scena politica Vannacci, che di queste scelte è il frutto non meno che la causa. Tant’è che da allora si è parlato solo di migranti, e mai più di rischio terroristico.

Il ministro degli Interni fornisce periodicamente i dati sui rintracci alle frontiere che giustificherebbero la vigenza del provvedimento, benché Bruxelles abbia chiesto di porvi fine e la Slovenia l’abbia già fatto smettendo di fingere di crederci.

Ma sono dati non dirimenti perché generici, mescolando i rintracci ai valichi con quelli frutto dei pattugliamenti misti (questi sì doverosi ed efficaci) lungo tutta la fascia confinaria, che nulla hanno a che fare con Schengen. Quanti passeur si sono realmente presentati con il pulmino carico di migranti sventolando il passaporto a Fernetti e Sant’Andrea? Tanto più che i punti di accesso presidiati in regione sono solo 13 su 57, e da tutti gli altri passa pure Al Capone.

Basta allargare lo sguardo per comprendere che la riduzione degli ingressi è un fenomeno europeo, africano e mediorientale, e non dipende certo da qualche agente schierato dove si può. Oggi sono in drastico calo sia gli sbarchi dal Mediterraneo, sia gli arrivi lungo la rotta balcanica. Questi ultimi erano stati quasi 800 mila nell’annus horribilis 2015, poi crollarono a meno di seimila nel 2018, risalirono a quasi 150 mila nel 2022 per ridiscendere ai circa 10 mila attuali (una frazione quasi trascurabile rispetto a undici anni fa), che ci fossero o meno i controlli.

 

La ragione è nota e indiscussa. Alcuni Paesi – Libia, Turchia, Marocco – utilizzano da sempre il flusso di migranti come un’arma di pressione verso l’Europa, aprendo e chiudendo il rubinetto dei controlli interni secondo convenienza.

 

Bivacchi di migranti, ciclovie e sentieri: il confine sfumato del Goriziano con la Slovenia
La redazione
Turisti al confine lungo la Transalpina (fotoservizio Daniele Tibaldi)

E quando lo aprono, come il Marocco verso Ceuta, s’è visto cosa può succedere. Sicché a prevenire le partenze sono soprattutto gli accordi tra governi, nonché le generose iniezioni di danaro con cui l’Europa sta foraggiando i Paesi di origine o di transito. Dal 2015 a oggi alla sola Turchia sono giunti quasi 15 miliardi di euro a tal fine. Altro che i controlli a Fernetti.

Ma supponiamo che anche la sola presenza delle divise sia di qualche utilità: è certamente così. Perché non portare i controlli cento metri più in là, come già si faceva?

Le verifiche quotidiane alla frontiera sono selettive, per fortuna: bisogna anzi ringraziare il buonsenso e lo spirito pratico della polizia di Stato, se anche quest’estate non abbiamo avuto infinite code ai valichi. E perché non spostare le pattuglie (come ve n’è ovunque) poco dopo un confine riaperto, anziché ostentarne la chiusura?

Ci spingiamo oltre, per dire che il problema più grave è ancora altrove. Il vero danno collettivo si produce nelle nostre coscienze. I controlli ripristinati esprimono sfiducia verso i vicini europei (faccio io i controlli perché non mi fido di quelli che fai tu) e verso l’idea stessa di Europa. La necessità di un blocco di polizia interno mina lo spirito comunitario che settant’anni di paziente cucitura hanno costruito. Contraddice la geniale portata del progetto Erasmus (la possibilità per gli studenti universitari di svolgere corsi ed esami in un altro Paese), che ha ispirato in una generazione di giovani una mentalità autenticamente europea.

Ci riduce a una congerie di staterelli che sbandierano una presunta ritrovata sovranità nazionale, che è solo abdicazione al gigantismo tecno-economico americano e cinese. Ci illudiamo di essere tornati padroni in casa nostra, mentre rischiamo di diventare ogni giorno più irrilevanti. L’Europa non è di moda. Eppure è la casa in cui dovremmo abitare, anziché chiedere il passaporto tra una stanza e l’altra.

 

Riproduzione riservata © il Nord Est