L’urgenza di aumentare i salari dei giovani
La manifattura, che nel Nordest assicura ancora un terzo del Pil e un quarto dell’occupazione, sta attraversando cambiamenti strutturali che ne mettono in discussione il ruolo di principale motore della crescita

I Rapporti di Banca d’Italia sulle economie regionali del Veneto e del Friuli Venezia Giulia hanno aperto una discussione sulle deludenti dinamiche di un’area a lungo indicata come locomotiva d’Italia.
L’interrogativo è se il rallentamento in corso sia di natura congiunturale oppure costituisca il segnale di alcune fragilità strutturali del Nordest. Intendiamoci, le analisi della Banca d’Italia non disconoscono la forza del sistema imprenditoriale dell’area, di cui documentano, tra l’altro, il miglioramento della situazione finanziaria. Il problema, tuttavia, è che il contesto esterno alle imprese sta rapidamente cambiando, e i punti di forza di un tempo – come la forte base manifatturiera e l’apertura ai mercati internazionali – rischiano oggi di trasformarsi in vincoli allo sviluppo.
La manifattura, che nel Nordest assicura ancora un terzo del Pil e un quarto dell’occupazione, sta attraversando cambiamenti strutturali che ne mettono in discussione il ruolo di principale motore della crescita. In tutto il mondo, Cina compresa, la quota dell’occupazione manifatturiera si sta infatti contraendo come effetto sia dello sviluppo tecnologico sia, in parte, di ulteriori delocalizzazioni verso economie in via di sviluppo. Ma incide anche il cambiamento nei consumi, che mostra nei bilanci di famiglie e imprese un aumento della spesa di servizi a scapito dei beni.
La dipendenza dalla domanda estera
La dipendenza dalla domanda estera è l’altro aspetto da considerare. Per un sistema economico in cui l’export pesa la metà del Pil, l’innalzamento delle barriere commerciali – dai dazi ai sempre più numerosi ostacoli imposti alle importazioni – non è certo una buona notizia. Se anche questo fenomeno, allo stesso modo di tecnologia e consumi, è destinato a condizionare lo sviluppo futuro, è difficile immaginare che il motore industriale del Nordest possa riprendere i ritmi dei decenni scorsi. A meno che non si introducano aggiustamenti per rafforzare l’offerta di tecnologie e servizi ad alto valore aggiunto – rivolti sia alle persone, come alle imprese – che possono assicurare posti di lavoro più produttivi e, di conseguenza, meglio pagati.
Se non si affronta questo problema cruciale, serve a poco lamentarsi della fuga dei nostri giovani, attratti in altre aree da opportunità lavorative più interessanti e remunerative.
Un recente Rapporto Ocse mostra infatti che negli ultimi vent’anni il Veneto ha mantenuto la competitività sui mercati internazionali non attraverso la crescita di produttività, bensì comprimendo i salari, oggi inferiori del 40% rispetto alle regioni europee simili. In Friuli Venezia Giulia la situazione non è diversa, considerato che le retribuzioni reali sono oggi inferiori rispetto ai livelli del 2008.
Dobbiamo evitare di cadere in questa trappola dello sviluppo: una bassa produttività comprime i salari, tenendo lontani i talenti e le attività innovative che fanno crescere la produttività. Il circolo vizioso deve essere interrotto con politiche di integrazione retributiva dei neolaureati, attrazione di investimenti esteri e, soprattutto, una spinta a finanza, infrastrutture e servizi per un nuovo ciclo imprenditoriale.
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