La “teoria del pazzo” abita nella Casa Bianca di Trump, ma al suo predecessore Nixon non ha portato bene
La strategia globale inaugurata nel 1968 vuole far credere che a Washington ci sia un presidente talmente determinato e imprevedibile da poter fare “qualsiasi cosa”

Nel 1968, in piena guerra fredda e senza nuove confortanti dal Vietnam, Richard Nixon confessò al capo di gabinetto di volere una strategia globale rispondente alla “Teoria del pazzo”.
Il messaggio per Mosca, Hanoi e Pechino era che a Washington c’era un presidente talmente determinato e imprevedibile da poter fare “qualsiasi cosa”, persino sganciare un’altra atomica. Non ha funzionato benissimo e non solo perché Nixon fu costretto alle dimissioni nell’estate del ‘74.
Il disordine genera disordine, lo fa da secoli, e non cambierà. C’è una lezione antica che lo ricorda, è quella dello storico e generale greco Tucidide che, ne La Guerra del Peloponneso (V secolo a. C.) , racconta come Atene spaventò e brutalizzò con prepotenza gli Stati neutrali nella disputa con Sparta sino a consumare ogni potere e prestigio ed essere costretta a una sconfitta dura e dolorosa.
Qui arriva il realismo distruttivo di Donald Trump & Co, leader di stati dal passato anche glorioso oggi convinti che l’unica forma di governo sia la forza, la violenza, il potere assoluto. Non bastasse, la Casa Bianca ci mette l’imprevedibilità e l’incoerenza, ingredienti che rendono il cocktail micidiale.
È come giocare a pallavolo con una granata: prima o poi cade ed esplode, con effetti che – in un pianeta impostato dai decenni sui collegamenti e il multilateralismo – non saranno limitati a chi li ha provocati applicando la “Teoria del pazzo”.
Le cronache delle ultime settimane trasudano pericolosa imponderabilità. A metà luglio il Tycoon non ha restituito a Hong Kong il precedente status commerciale speciale e, di fatto, ha reso una cortesia alla Cina, in genere nemico acclarato, visto che «nessun Paese ci ha depredato come loro».
Ai primi di agosto, gli Stati Uniti sono intervenuti per tutelare il cambio dello yen, una mossa favorevole al Giappone che ha sorpreso i più ed è sembrata uno sgarbo a Pechino. Nel mentre, come avviene da fine febbraio, ha avuto un atteggiamento ondivago nel trattare l’inafferrabile tregua con l’Iran, schierandosi – a seconda dei frangenti – con o contro Israele: dice che Hormuz è americano, ma è falso.
Lunedì ha rotto il patto militare con la Corea del Sud, strizzando l’occhio al tiranno del Nord (sodale dei russi), Kim Jong-un, già definito in sede Onu «little rocket man» e minacciato di «fuoco e furia».
L’ultima è una sfida al pacifico Oman perché, asserisce lui, non lo aiuta nel duello con Teheran. Altre ingiurie e intimidazioni varie seguiranno senza dubbio. È una strategia che non ha un senso e nemmeno un chiaro obiettivo perverso. È lunatica e basta. La sua parte commerciale è stata fallimentare per gli Usa. Quella militare si è rivelata un costo senza sbocchi (40 miliardi di dollari).
L’effetto più evidente avuto dalla presidenza Trump sinora è stato lo scardinamento delle relazioni planetarie che conoscevamo. Tutto ciò incombe tragicamente sul fragile ordinamento presunto democratico in cui credevamo di vivere e mina le relazioni internazionali. La confusione si protrarrà finché ci sarà il trumpismo.
L’unica strada è non rispondere al caos con il caos, ma tenere la barra dritta sinché Washington provocherà terremoti e conflitti. L’unico attore che potrebbe tenergli testa è l’Europa. Ma l’Europa non c’è. E i peggiori auspici volano su di noi, frammentati e deboli interlocutori che sembrano aver perso il senso di sé e della Storia. Finirà con il biondo Donald, forse. Oppure finirà male.
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