La trappola dello Stretto di Hormuz: scade la tregua tra Usa e Iran e Trump si gioca le Midterm

Decaduto l'accordo dei 60 giorni, Teheran usa la leva del greggio per sfidare Washington. Il dilemma della Casa Bianca tra rischio guerra ed egemonia iraniana

Renzo GuoloRenzo Guolo

L’accordo tra Washington e Teheran, siglato il 17 giugno e valido sessanta giorni, è scaduto. Che faranno ora i contendenti? Difficile ripartano, come nulla fosse, dal sin troppo ambizioso Memorandum d’Intesa, non a caso lasciato cadere.

Era possibile pensare che, in un arco temporale così breve, fosse possibile affrontare questioni di rilevanza strategica come la libera navigazione a Hormuz, il nucleare, lo sblocco degli asset e la fine delle sanzioni per Teheran? In realtà, entrambi avevano bisogno di tempo: il regime iraniano per rifiatare e riorganizzare difesa e produzione militare, la Casa Bianca per concentrare l’attenzione sullo scivoloso versante domestico.

Nel frattempo, l’Iran ha continuato a fare di Hormuz il cuore della sua deterrenza, la Bomba senza la Bomba, il fattore capace di rendere meno problematica l’evidente asimmetria militare con gli Usa e Israele. Minacciando di colpire i paesi arabi frontalieri che avessero fornito sostegno diretto o indiretto agli Usa; tenendo in ostaggio l’economia mondiale, in buona parte ancora dipendente dagli idrocarburi.

Soprattutto, rendendo realistica, a causa dell’effetto inflazionistico prodotto dal conflitto e del logoramento d’immagine del mirabolante Commander in Chief, l’ipotesi di una sconfitta del presidente nelle elezioni di midterm, che potrebbero trasformarlo in un’“anatra zoppa” costretta a fare i conti con un Congresso, parzialmente o completamente, ostile.

The Donald ha cercato prima di portare a casa in armi lo scalpo del controllo dello Stretto, poi, di fronte allo scacco, ha lasciato che a negoziare fosse l’Oman, anch’esso affacciato nel punto meno largo di quelle sempre più calde e perigliose coste.

Ma, a dimostrazione che Washington ha perso il pieno controllo degli alleati nel Golfo, il sultanato ha giocato in proprio, aprendo all’ipotesi iraniana di un traffico a pagamento gestito dalle due sponde.

Prospettiva inaccettabile per il presidente Usa, che da una simile intesa vedrebbe sancita la propria impotenza.

Tanto da reagire cimentandosi nelle consuete minacce e in immaginifiche iperbole. Quando ha realizzato che le carte le stava dando l’Iran, ha prima minacciato di bombardare l’Oman, poi lanciato la minaccia, definita illusoria da Teheran, di fare di Hormuz “territorio americano”.

Una trappola, quella del conflitto con l’Iran, dal quale il bizzoso tycoon non sa più come uscire, inducendo altri storici alleati nel mondo della Mezzaluna a rompere la dipendenza in materia di sicurezza dall’America. Come conferma il patto tra le potenze sunnite Turchia, Arabia Sadita e il nuclearizzato Pakistan.

Così mentre il regime iraniano si prepara a una nuova fase di resilienza armata e nei suoi equilibri interni assumono sempre più peso vecchi e nuovi Pasdaran, Trump è davanti a un dilemma tragico: se riprende la guerra può perdere le elezioni; se la chiude, lasciando che l’Iran diventi dominus della regione e arbitro dell’economia globale, anche.

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