Se anche Ursula von der Leyen abbandona le mezze misure

Non mostra incertezze quando dice che sono stati i russi ad attaccare l’Europa coi droni, quando si schiera con Kiev (e Gaza), quando definisce il nucleare “energia pulita”, quando spinge per la lotta al cambiamento climatico

Marco ZatterinMarco Zatterin

A pagina due del discorso sullo Stato dell’Unione, Ursula von der Leyen rivela la sua visione sul momento e ci descrive in balia di uno spazio in cui si è imposto “il declino delle sfumature – anche nel modo in cui ci relazioniamo l’uno con l’altro”. Non vede più le nuance, le misure intermedie della democrazia spazzate via dalla polarizzazione di cui si cibano i nazionalismi.

“È qui che proliferano gli estremismi”, assicura la presidente della Commissione Ue, pronta però a rinunciare alla nostalgia e al suo stesso schema per parlare la lingua degli avversari di Bruxelles, seminando affermazioni nette servite come insindacabili, perché, di questi tempi, i dubbi comportano un’automatica quasi sconfitta.

Non mostra incertezze la signora Ursula quando dice che sono stati i russi ad attaccare l’Europa coi droni, quando si schiera con Kiev (e Gaza), quando definisce il nucleare “energia pulita”, quando accusa “la guerra cognitiva” di Mosca, quando spinge per la lotta al cambiamento climatico, quando ripete che sulle migrazioni facciamo un buon lavoro, quando chiede regole e investimenti per l’AI e propone di limitare l’uso degli smartphone ai minori. Non ha mezzi toni. Persino nella sua algida arringa non ci sono sfumature.

Sa che la strada sarà in salita, dunque non ha scelta. La numero uno di Palazzo Berlaymont ha recitato il copione con decoro, intavolando proposte e idee per affrontare i problemi globali dei cittadini attraverso l’unione delle forze. Ha suggerito un Consiglio di sicurezza allargato per adeguare la difesa alle nuove minacce belliche, con un art.4 in stile Nato che promette, in caso di attacco, una reazione “tutti per uno”.

Vorrebbe rafforzare Frontex con un Quadro di reazione rapida per i casi tipo Ceuta. Propone un elenco di cento aree vulnerabili per anticipare le mortali conseguenze del clima che s’arroventa. Auspica freni al commercio cinese e sfida Trump (senza citarlo) dichiarando che il Canada è “il primo associato dell’Ue” (cosa significhi non si sa). Infine annuncia un Congresso europeo a marzo per i 70 anni del Trattato di Roma. Sono ottime intenzioni.

Però è naturale chiedersi se nel 2027 - magari con una presidente francese erede del negazionismo e ammaliata da Putin, una coalizione di destra a Madrid e le maggioranze italiana e tedesca che, in area voto politico, inseguiranno gli euroscettici sovranisti – ci sarà qualcuno disposto ad accettare seriamente l’Europa quale soluzione buona per i mali nostri, dell’Ucraina e dei palestinesi. Ieri molte reazioni – da Bardella in là – sono parse ispirate dal passato più che dal futuro. Mettiamoci sopra anche i dolori del non giovane Merz, così si capisce che pure le migliori aspirazioni rischiano di fallire.

L’Europa la fanno gli Stati, ma troppi pensano solo a gestire sé stessi reiterando dogmi polarizzati. Tutto è sempre possibile: chi crede nell’integrazione che fa la forza nel rispetto delle tradizioni non deve mollare. Ma, col declino delle sfumature, il sogno obbligato di Von der Leyen ha grasse possibilità di restare disneyanamente solo un desiderio chiuso in fondo al cuor.

 

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