La riforma elettorale per vincere e il rischio boomerang

Spesso una legge elettorale creata per far perdere gli avversari provoca l’effetto opposto: è successo con il Porcellum e con il Rosatellum

Carlo BertiniCarlo Bertini
La protesta in Senato durante la votazione per la Riforma elettorale
La protesta in Senato durante la votazione per la Riforma elettorale

Paralleli storici: 1953, De Gasperi fa approvare la “legge truffa”, la Dc manca di una manciata di voti il 50% che le serviva ad accaparrarsi il premio di maggioranza; e il leader del partito, capo del governo, padre fondatore dell’Europa e della nuova Italia, perde tutte le cadreghe e torna a casa. Considerando che il vento della destra soffia ancora potente in Europa, quale destino toccherà a Meloni grazie alla legge elettorale da lei voluta? Spesso è capitato che una riforma del voto costruita per far perdere gli avversari si rivelasse un boomerang: è successo con il Porcellum di Silvio Berlusconi che fece vincere Romano Prodi nel 2006, è successo a Gentiloni-Renzi con il Rosatellum nel 2018 e nel 2022.

In questo caso però, le coalizioni sulla carta partono in equilibrio. Ma per paradosso, la norma che ha fatto salire sulle barricate le donne perché non prevede la parità di genere nelle liste, da strumento per dare stabilità al Paese, potrebbe produrre l’effetto opposto: un pareggio e nessun governo possibile. Se si votasse a ottobre, ci sarebbe dunque il rischio di finire l’anno senza un bilancio approvato per l’impossibilità di varare una Finanziaria in tempo.

Senza il 7-8% di Futuro Nazionale di Roberto Vannacci, il centrodestra oggi non raggiungerebbe il 42% fissato dalla nuova legge per strappare il premio; e sebbene il centrosinistra oggi si attesti oltre il 43, se davvero spuntasse una Lista Grillo di disturbo, in grado di drenare un 3% ai 5stelle, finirebbe al macero ogni sogno di vittoria blindata dal premio. E non solo: l’obbligo ope legis di scegliere un candidato premier da indicare nel programma di coalizione, ha già rinchiuso da mesi il “campo largo” in un recinto di polemiche autodistruttive, da cui ne sta uscendo dilaniato.

Per non dire del centrodestra, dove la Lega al nord già subisce l’ira dei suoi dirigenti, infuriati di non poter più duellare con gli avversari nelle sfide dei collegi, dove le camicie verdi sarebbero ancora in grado di fare terra bruciata in Veneto, Lombardia e Fvg. Di sicuro dunque il nuovo sistema di voto non piace granché a nessuno: visto che il 40 per cento dei parlamentari sarà eletto con le preferenze, stando ai calcoli di You Trend, i leader di partito dovranno imbarcare nelle liste cacicchi e capibastone, gli unici ad avere in tasca pacchetti di voti sicuri.

Quindi peones e pezzi grossi sono scontenti e il governo dovrà stare all’erta fino al 28 settembre, quando la Camera apporrà il suo timbro finale: si sa come andò a finire l’altra volta con il voto segreto sulle preferenze. E dopo averle ripristinate al Senato, la premier potrebbe vedere affossata la sua unica riforma da decine di “franchi tiratori”, spaventati dal doversi cercare i voti casa per casa nei loro collegi. Con gran dispendio di risorse e senza certezze di essere eletti.

Perché le tre caselle per indicare uno o più candidati dietro il capolista, non sono una garanzia per chi milita nei partiti maggiori, ma sono una certezza per i candidati dei partiti minori: quella di non essere eletti, perché i piccoli partiti riescono a far eleggere al massimo solo chi guida la lista, vista la debolezza delle loro percentuali. Ma in quel caso, ha avvisato Giorgia, tutti a casa, senza vitalizio per i peones di prima nomina. E forse è quel che in cuor suo spera.

 

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