L’Ue approva il Kids Act: una svolta giusta che non cancella le fragilità
La Commissione europea ha presentato giovedì 17 settembre l’Eu Kids Act, un pacchetto normativo che fissa alcuni limiti precisi con la finalità della protezione dei minori

Non è facile. E qualunque cosa si faccia si rischia di sbagliare. Ma la politica europea prova, giustamente, a battere un colpo, dopo i vari dibattiti e tentativi nazionali (compreso quelli del presidente del Veneto Stefani, che come ultimo atto da parlamentare firmò alla Camera il ddl per lo stop all’utilizzo dei social per i minori di 14 anni, e ha annunciato l’intenzione di presentare una legge regionale sul tema).
La Commissione europea ha presentato giovedì 17 settembre l’Eu Kids Act, un pacchetto normativo che fissa alcuni limiti precisi con la finalità della protezione dei minori: divieto di accesso ai social media al di sotto dei 13 anni, “account mediati” coi genitori fino ai 15, e solo dopo questa età la possibilità di registrare profili autonomi.
L’aspetto più rilevante di tale proposta non risiede tanto nel tetto anagrafico, quanto nell’inversione strutturale dell’onere della prova, ovvero non spetterà più alle famiglie o alle vittime di fatti gravi l’obbligo di dimostrare la pericolosità di un algoritmo, ma dovranno essere le piattaforme digitali a certificare di essere «sicure fin dalla progettazione» (safe by design) prima di erogare un servizio ai minorenni.
L’intervento normativo delle istituzioni comunitarie è, pertanto, un atto di accusa diretto nei riguardi dei meccanismi di fidelizzazione algoritmici: lo scroll infinito, l’autoplay, le notifiche push notturne, i sistemi di raccomandazione predittivi e gli agenti Ai “compagni virtuali” progettati per simulare un attaccamento affettivo. Guardando all’Eu Kids Act da una prospettiva di sociologia della comunicazione, l’aspetto più significativo risiede nel cercare delle contromisure che impattino direttamente su quelle affordances espressamente concepite per generare la dipendenza degli utenti.
L’introduzione del principio del safe by design corrisponde a una svolta a tutti gli effetti: la responsabilità non viene più scaricata sull’individuo (dalla richiesta di una disciplina familiare) o l’istituzione pubblica (la media literacy), ma viene ricollocata sull’infrastruttura e sul medium superando l’illusione della loro neutralità.
L’iperconnessione viene finalmente riconosciuta come il risultato di ecosistemi mediali appositamente costruiti da scienziati del comportamento per stimolare il rilascio continuo di dopamina e sviluppare, in tal modo, forme di addiction.
E, nondimeno, restano anche i problemi. La storia della regolamentazione del settore digitale dimostra che i divieti anagrafici corrono anche il rischio di trasformarsi in “grida manzoniane”. Lo scoglio principale sarà la verifica dell’età: validarla senza raccogliere dati biometrici né tracciare la navigazione degli utenti rappresenta un bilanciamento tra privacy e tutela del minore piuttosto ambizioso.
E l’efficacia concreta di questo meccanismo resta tutta da verificare al cospetto di piattaforme globali predisposte ad aggirare le limitazioni e le norme territoriali. Oltre al tema di fondo culturale: vietare l’accesso diretto ai social ai più giovani non cancella il vuoto relazionale, né la loro fragilità emotiva. Ma la buona notizia è che l’Europa, stavolta, comunque è in campo.
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