Dai magazzinieri agli operai: così gli umanoidi entrano al lavoro nel Nordest

La manifattura del Veneto e del Fvg tra le più esposte alla rivoluzione della Physical AI: meno manodopera, più automazione e nuove professioni

Giorgio Barbieri

La prossima rivoluzione industriale potrebbe avere un volto umano. O meglio, umanoide. Non più soltanto software, chatbot o algoritmi invisibili, ma robot capaci di muoversi nelle fabbriche, saldare componenti, assistere pazienti, trasportare materiali e collaborare fisicamente con le persone.

Una trasformazione che promette di cambiare radicalmente il lavoro manifatturiero, soprattutto in territori industriali come il Nordest, dove l’automazione è già avanzata e la carenza di manodopera si sta trasformando in emergenza strutturale.

I numeri aiutano a capire la portata del fenomeno. Secondo le stime di Goldman Sachs, entro il 2035 il mercato globale dei robot umanoidi potrebbe raggiungere i 38 miliardi di dollari, con 1,4 milioni di robot operativi nel mondo. Parallelamente, McKinsey stima che entro il 2030 circa il 30 per cento delle ore lavorative nelle economie avanzate potrà essere automatizzato.

E il World Economic Forum prevede un saldo netto positivo tra professioni distrutte e create: 92 milioni di posti eliminati, ma 170 milioni di nuovi lavori generati, per un saldo positivo di 78 milioni di occupati.

L’Italia parte già da una posizione avanzata: con 241 robot ogni 10 mila addetti manifatturieri è tra i Paesi più automatizzati d’Europa ed è seconda nel continente per numero complessivo di robot installati. Ma è soprattutto il Nordest ad apparire in prima linea. Metalmeccanica, logistica, packaging, occhialeria, componentistica e magazzini automatizzati sono tra i comparti più esposti all’arrivo della Physical AI, cioè l’intelligenza artificiale applicata al mondo fisico della produzione.

Se ne è parlato nei giorni scorsi in H-Farm a Roncade in occasione di «Future Shots», una due giorni dove si sono confrontati i maggiori esperti del settore. Tra questi Daniele Pucci, fondatore di Generative Bionics, che ha puntato l’attenzione sul problema demografico.

«Rischiamo ospedali senza infermieri, magazzini senza magazzinieri e fabbriche senza operai», spiega, «il punto è che il lavoro manuale continua a produrre una quota enorme del Pil globale, ma allo stesso tempo è sempre più difficile trovare persone disponibili a svolgere mansioni pesanti e usuranti. In Italia, inoltre, sette infortuni denunciati sul lavoro ogni dieci riguardano problemi muscolo-scheletrici».

Per questo Pucci immagina fabbriche ibride, dove uomini e robot umanoidi lavorano insieme. Non parla di sostituzione totale, ma di «amplificazione» delle capacità umane. Nei progetti sviluppati con l’Inail, ad esempio, tute sensorizzate monitorano postura e sforzi del lavoratore: se gli algoritmi prevedono un rischio elevato di infortunio, il sistema avvisa l’operatore e richiama il robot per eseguire il compito più gravoso.

La tecnologia, insomma, entra direttamente nel corpo della fabbrica. E uno dei primi esempi concreti è il progetto sviluppato con Fincantieri per realizzare robot destinati alla saldatura industriale, settore dove la scarsità di personale è già fortissima. «Un robot che salda non può essere uguale a un robot che lavora in ospedale», osserva Pucci, convinto che il futuro sarà fatto di umanoidi altamente specializzati, progettati per singole funzioni produttive.

È proprio questo il punto che preoccupa e interessa il Nordest manifatturiero. Per Alberto Baban, presidente di VeNetWork e di Fondazione Nord Est, la Physical AI rappresenta un cambio di paradigma: «Sta colpendo i colletti blu», spiega, ribaltando l’idea che l’automazione fosse una minaccia solo per impiegati e professioni intellettuali.

Secondo Baban, però, le imprese italiane non stanno ancora correndo alla velocità della tecnologia. «Siamo ancora a un livello primordiale», osserva, «soprattutto perché il nostro tessuto industriale è composto in larga parte da piccole imprese meno propense a investire in innovazione avanzata. Eppure il tema riguarda direttamente il Nordest: mentre negli Stati Uniti la manifattura pesa meno del 9% del Pil, qui esistono province dove l’industria vale il 40% dell’economia locale.

Molte delle attività oggi considerate più esposte sono lavori ripetitivi di assemblaggio, movimentazione standardizzata, picking nei magazzini o controllo manuale ripetitivo. Ma parallelamente crescerà la domanda di nuove figure professionali: tecnici meccatronici, specialisti AI, automation engineer, manutentori di robot, analisti dati ed esperti di cybersecurity».

Per Baban, però, il vero nodo è culturale prima ancora che industriale. «Ci stiamo chiedendo se le fabbriche siano pronte, ma forse il problema è se l’opinione pubblica sia pronta a discutere di temi così rilevanti», osserva, «a partire dal crollo demografico», che considera il vero convitato di pietra della discussione pubblica italiana.

La riflessione più ampia arriva da Riccardo Giraldi, Product Experience Designer ed ex UX Director di Google Gemini. Per Giraldi la trasformazione in corso riguarda il rapporto stesso tra esseri umani e tecnologia. «Nella storia abbiamo imparato a usare la tecnologia per aumentare le nostre capacità», spiega, «adesso siamo in un momento in cui la tecnologia è abbastanza indipendente da avere propri intenti e una propria personalità».

Un passaggio che cambia completamente prospettiva. «Prima eravamo noi a dover imparare la tecnologia», osserva Giraldi, «adesso è la tecnologia che deve imparare a stare fra noi». Non più semplici macchine chiuse dietro una barriera di sicurezza, ma sistemi progettati per convivere con gli esseri umani, comprenderne movimenti, intenzioni e reazioni.

Ed è qui che entrano in gioco parole chiave come fiducia, sicurezza e accettabilità. Pucci insiste molto su questo aspetto: i robot umanoidi del futuro dovranno essere progettati per integrarsi armonicamente con le persone. Per questo Generative Bionics lavora su sensori tattili avanzati e «pelli» artificiali capaci di percepire non soltanto il contatto, ma anche la vicinanza e i movimenti del corpo umano.

La partita, però, non è solo industriale, ma geopolitica. Secondo Pucci l’Europa rischia di trovarsi dipendente da tecnologie sviluppate altrove, in Cina e Stati Uniti.

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