L’aria di Lino Dainese per proteggersi dal freddo e dagli urti: «Come il pesce palla»
La D-Air Lab a Las Vegas con le sue tecnologie per la vita quotidiana: «Qui la ricerca resta pura. Lavoriamo fuori dalle logiche industriali classiche: dopo la cessione di Dainese abbiamo sviluppato oltre venti brevetti»

C’è un filo invisibile che lega Vicenza a Las Vegas e attraversa i laboratori di D-Air Lab fino allo show numero uno dell’innovazione Ces, la manifestazione dove la tecnologia smette di essere esercizio di stile e diventa promessa operativa.
A tenderlo è Lino Dainese, che dopo aver riscritto le regole della protezione negli sport dinamici - con l’azienda celebre per il vestiario da moto che un tempo era della sua famiglia - ha scelto di compiere un passaggio netto, tutt’altro che nostalgico: archiviare la stagione delle protezioni materiali per concentrarsi su un’ossessione nuova, più sottile e radicale. Non più pelle, non più strutture rigide, ma aria che protegge.
«La novità è questa: di là vendevamo abbigliamento e protezione, di qua vendiamo aria». Non è una provocazione, ma una dichiarazione di metodo. L’aria che si gonfia in una frazione di secondo, che segue il corpo, ne anticipa i movimenti e ne asseconda l’assetto. «Il corpo sta per cadere e l’aria fa quello che farebbe un pesce palla: si espande, protegge, avvolge». Dietro l’immagine c’è una sofisticazione estrema: controllo millimetrico dei volumi, algoritmi predittivi, elettronica indossabile miniaturizzata. Ma soprattutto un cambio di paradigma: la sicurezza non come reazione all’impatto, bensì come intuizione del rischio, come capacità di intervenire prima dell’urto.
D-Air Lab nasce esattamente per questo. Uscire dalle logiche industriali classiche, svincolarsi dal prodotto e lavorare sui concetti. «Quando sei legato a una linea, a un prezzo, a una distribuzione, sei costretto a fare compromessi. Qui no. Qui la ricerca resta pura», spiega Dainese.
Non un’azienda tradizionale, ma un laboratorio di idee, dove il valore non si misura in fatturato bensì in brevetti, competenze e traiettorie. Oltre venti brevetti sul controllo dell’aria, tutti sviluppati dopo la cessione di Dainese: «Quelli precedenti sono superati». Non c’è nostalgia, c’è avanzamento continuo. «Buttiamo via e rifacciamo», anche per rendere la tecnologia più accessibile: dai primi dispositivi da quasi mille euro a soluzioni che oggi scendono intorno ai 300. Una scelta che è anche politica: se la protezione resta un lusso, non protegge nessuno.
Le applicazioni sono trasversali e spesso in anticipo sul mercato. Dall’equitazione, mondo prevalentemente femminile dove la protezione deve essere efficace ma anche elegante, alla sicurezza sul lavoro, con sistemi certificati per cadute da oltre un metro. Dalla mobilità urbana, sempre più elettrica e vulnerabile, ai bambini epilettici, per i quali si studiano dispositivi capaci di proteggere testa e volto durante una crisi. «Siamo arrivati un po’ troppo in anticipo», ammette Dainese, soprattutto quando parla di anziani e di indossabilità: l’elettronica, per essere accettata, deve quasi scomparire, diventare naturale come una cintura di sicurezza.
La vetrina più recente è stata il Ces di Las Vegas, dove D-Air Lab ha presentato la tecnologia “nuda”, la piattaforma da cui nascono tutte le declinazioni. Il nome è Aether, il gilet che racchiude i diversi dispositivi sviluppati dal laboratorio: integrati e collegati all’app D-Alert, che consente l’invio automatico di una segnalazione di emergenza in caso di attivazione dell’airbag. Aether pesa circa settecento grammi, si gonfia davanti e dietro solo quando serve e sposta l’airbag fuori dall’auto per portarlo nella vita quotidiana: commuting, bici e moto elettriche, contesti in cui i mezzi cambiano più velocemente delle abitudini e la protezione deve essere immediata, leggera, non invasiva. «Non facciamo prototipi belli e inutili. Tutto è pensato per il mercato», insiste Dainese, «per abbassare i costi e aumentare la diffusione».
Ma l’aria, in questa storia, non serve solo a parare i colpi. È anche materia termica, infrastruttura invisibile capace di costruire microclimi. Da qui nasce DomeAir, il brevetto sviluppato per essere utilizzato dai brand dell’abbigliamento tecnico e leisure: una struttura tridimensionale di vuoti e pieni che intrappola l’aria dove serve isolamento e la lascia circolare dove serve traspirazione. Da DomeAir discende anche 75°06’, la linea di abbigliamento ideata direttamente da D-Air Lab, il cui nome richiama coordinate estreme e una geografia che diventa laboratorio. Dietro c’è Antarctica, il progetto sviluppato con l’organizzazione no profit Unless di Giulia Foscari: ricerca in condizioni limite, studio dell’architettura del corpo e degli spazi abitabili in ambienti ostili. L’aria, ancora una volta, come infrastruttura: intrappolata per scaldare, canalizzata per far respirare, governata per creare un microclima corporeo. Lo stesso pensiero discontinuo che Dainese rivendica come antidoto alla ripetizione industriale: «Noi siamo partiti dalla pelle e oggi lavoriamo sugli algoritmi, sull’aria».
Intorno a D-Air Lab ruota un ecosistema di 12 ingegneri e una rete di collaborazioni accademiche che va da Padova a Bologna, dal Politecnico di Milano alla Svezia, oltre a dialoghi aperti con grandi gruppi industriali. Anche fuori dai laboratori e dalle aree test di D-Air Lab, Dainese pensa in grande. Il progetto si chiama la Filanda di Trissino, un luogo di culturale e industriale dedicato ai giovani, alla manualità e al pensiero laterale. «La gente dice sempre che le cose belle qui sembrano Milano o New York. Questa no. Questa è profondamente veneta». Come D-Air Lab, del resto: radicato con lo sguardo che punta lontano, capace di trasformare l’elemento più impalpabile che esista – l’aria – nella più solida delle protezioni.
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