Electrolux, l’urlo dei mille lavoratori: «Ritirate il piano»

Otto ore di sciopero contro gli esuberi e le chiusure annunciate. A Cerreto d’Esi anche 150 operai dal Friuli e dal Veneto. Il ministro Urso convoca il tavolo al Mimit per il 5 ottobre

Maura Delle Case / Inviata a Cerreto D'Esi

Si sono dati appuntamento a Cerreto d’Esi, poco più di 3.000 anime in provincia di Ancona, nel cuore del distretto dei bianco marchigiano.

È da lì, da un territorio già martoriato, negli anni, dalle crisi delle aziende dell’elettrodomestico (non ultima, Beko), che i lavoratori degli stabilimenti italiani di Electrolux hanno detto no al piano industriale presentato dal colosso svedese del bianco: un progetto che prevede 1.450 esuberi, la chiusura del sito di Cerreto d’Esi, la delocalizzazione di diverse produzioni e, non bastasse, l’aumento della produttività oraria fino a 140 pezzi l’ora.

Un piano «irricevibile», respinto ancora una volta ieri dai lavoratori con otto ore di sciopero in tutti i siti produttivi e con un’imponente manifestazione nel paesino delle Marche che rischia di pagare il conto più alto di tutti con uno stabilimento condannato a chiudere e 180 dipendenti a restare senza lavoro. E intanto il ministro Urso ha convocato il tavolo al Ministero delle Imprese del Made in Italy per il 5 ottobre.

Il viaggio

Ieri mattina a Cerreto sono arrivati oltre mille lavoratori per urlare ancora una volta la propria richiesta a Electrolux: ritirare gli esuberi, riscrivere il piano, garantire il futuro degli stabilimenti italiani e dei loro lavoratori. Niente di meno. Esserci, ieri, per molti lavoratori era un imperativo. Forte al punto da buttarli giù dal letto nel cuore della notte. A Porcia, l’appuntamento fuori dalla portineria nord era alle 3 della mattina. Poco dopo a Susegana. Una levataccia che ha fatto desistere le maestranze. In cinquanta sono partite dal Friuli, in cento dal Veneto.

Tre pullman, cinque ore di strada, quasi 500 chilometri per raggiungere le Marche e far sentire la propria solidarietà ai colleghi. Entrando in paese i pullman passano accanto a più o meno piccoli siti che producono elettrodomestici. Il primo è Ariston, più avanti c’è Beko, a un chilometro dalla piazza dove i lavoratori si assembrano c’è lo stabilimento Electrolux dove si producono le cappe. «Non potevamo non esserci».

Ripetono come un mantra i lavoratori mentre, viso stanco ma determinato, all’ombra del castello medievale che si staglia in piazza a Cerreto srotolano gli striscioni caricati nel buio sui pullman. Quindi indossando le magliette - gialle come la “vecchia” Zanussi quelle di Porcia - diventate un simbolo della vertenza.

La piazza

Il corteo, tra bandiere, striscioni e qualche fumogeno, raggiunge la fabbrica poco dopo le 11. La produzione è ferma. L’azienda chiusa. L’adesione qui è stata totale. I megafoni rimbalzano dal palco le voci di sindacalisti, lavoratori, rappresentanti istituzionali.

Ci sono i sindaci della zona, diversi consiglieri regionali, il presidente della Regione Marche, Francesco Acquaroli, che va dritto al punto: «Voglio chiedere per l’ennesima volta a Electrolux di ritirare il piano, cancellare la chiusura di questo stabilimento e procedere a un confronto vero, perché dinnanzi allo sforzo fatto insieme da tutte le istituzioni è davvero uno schiaffo andare dritti e non guardare alle esigenze e alla dignità dei lavoratori e del territorio».

La solidarietà

La folla applaude il governatore ma il sindacato non si accontenta consegnandogli una sollecitazione in più. A lui, ai colleghi delle altre regioni coinvolte e al Governo: «Se le regole europee dovessero essere modificate, bisogna far sì che Electrolux si impegni con l’Italia a non chiudere nessuna fabbrica» ha detto a Acquaroli il segretario nazionale di Fim Cisl, Gianluca Ficco, elencando le richieste che, a fronte di chiusure ed esuberi, la multinazionale ha portato al tavolo di trattativa: «Ha chiesto al governo di sgravare il costo dell’energia e di agire in Europa per cambiare il Cbam».

«Se con la sua arroganza pensava di dividerci», ha rilanciato Ficco, «ci ha unito ancora di più e forti di questa unione chiediamo ancora una volta un accordo che escluda chiusure, licenziamenti e tuteli le fabbriche italiane» ha aggiunto. Fabbriche, come ha ricordato la responsabile dell’elettrodomestico di Fiom Cgil, Barbara Tibaldi, che in passato hanno già pagato. L’ultima volta nel 2014. Per molti lavoratori è un copione già visto. Uno di troppo. «Ci hanno tenuti al tavolo tre mesi per fare piccoli imbellettamenti dello stesso piano. Pensavano forse che nel frattempo ci avrebbero convinto. Direi che siamo più arrabbiati di prima», ha urlato Tebaldi. «All’offesa di maggio, ora si aggiunge la presa in giro», ha rincarato la dose Massimiliano Nobis, segretario nazionale di Fim Cisl con delega all’elettrodomestico.

Il fronte unito

Cerreto consegna alla vertenza un fronte compatto dei lavoratori, con cui la multinazionale dovrà fare i conti, a partire dal tavolo che il ministro Adolfo Urso si avvia a con vocare il Mimit per la prima metà di ottobre.

 

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