Electrolux, l'appello di Agrusti: «Tra Veneto e Friuli serve unità»

Il presidente di Confindustria Alto Adriatico: «Serviva più tempo per le trattative»

Maurizio Cescon e Valeria Pace

 

Il focus, e non poteva essere altrimenti, è stato sulla crisi Electrolux. Ma Michelangelo Agrusti, presidente di Confindustria Alto Adriatico, ha parlato di tanti altri argomenti nel forum con il condirettore del Messaggero Veneto Paolo Mosanghini e il vice direttore dell’Economia dei quotidiani Nem Luca Piana, svoltosi nella redazione pordenonese del quotidiano.

Costo dell’energia, futuro della centrale nucleare di Krško, concorrenza del turbo capitalismo cinese, manifattura della conoscenza, rapporti con le altre Confindustrie, ruolo dell’Unione europea tra dazi americani e indipendenza tecnologica, impatto dell’intelligenza artificiale, rapporti con la Regione Friuli Venezia Giulia, manodopera specializzata dal Ghana.

Temi prettamente economici, con una parentesi, da parte di Agrusti, per ribadire, alla luce delle turbolenze tra il presidente Trump e la premier Meloni, che «non sarò presente alla base americana di Aviano per le celebrazioni dei 250 anni dell’indipendenza americana».

Presidente sul caso Electrolux cos’è emerso dall’incontro di Roma al Mimit della scorsa settimana? C’è stata un’apertura, una sospensione dei licenziamenti. Cosa si aspetta adesso dall’azienda?

«Allora, diciamo che quel tavolo ha guadagnato tempo, poco tempo per la verità, ma l’importante è guadagnare tempo senza perderne. C’è bisogno di uno sforzo che da un lato certamente ritenga plausibile, comprensibile, in qualche modo condivisibile tutta la mobilitazione che c’è stata attorno all’Electrolux, che non è solo un’industria, è l’industria fondativa della manifattura pordenonese dopo i cotonifici. È all’origine di buona parte del sistema manifatturiero del Pordenonese e anche del Veneto orientale. Su questo tema della crisi dell’elettrodomestico il governo è intervenuto e la posizione anche di Confindustria è che questa è una crisi europea».

Sciogliere questo nodo con un intervento dell’Ue entro il 21 luglio, data del prossimo vertice al Mimit, sembra arduo. Cosa si può fare davvero nel frattempo?

«C’è un cantiere di lavoro fatto di persone molto esperte. Il Ministero cerchi di avere ragione in Europa. Noi lo stiamo facendo con Confindustria nazionale, creando un’alleanza con la Confindustria tedesca e con la Confindustria polacca, che sono le tre grandi nazioni produttrici del bianco. Il peso specifico delle nostre proposte cresce se non siamo da soli. Lo stesso dovrebbero fare le case produttrici, come hanno fatto Stellantis, Volkswagen e Renault. Spesso c’è più attenzione sull’automotive che sull’elettrodomestico, considerato una commodity, ma noi dobbiamo impegnarci a realizzare anche un frigorifero, non solo stazioni spaziali. L’idea che la società della conoscenza sostituirà la manifattura è insensata. L’ha capito persino Trump, che ha messo dazi per riportare la manifattura negli Stati Uniti».

Ma fra le Confindustrie, pensiamo anche a Veneto Est dove ci sono altri stabilimenti, c’è unità di visione su cosa occorre fare?

«Io credo che Susegana rischi tanto quanto Pordenone. Abbiamo un ottimo rapporto con Veneto Est, un’intesa in qualche modo la troveremo. Con Veneto Est vogliamo creare un “gruppo di mischia” per Electrolux. C’è il metodo standard di Confindustria, di trovare accomodamenti sulle uscite incentivate, oppure il metodo che pratico io: cercare di diventare un’impresa al servizio delle imprese. Viviamo nella perdita di valore dei corpi intermedi (partiti, sindacati), ridare un senso aggiornato al modello associativo è fondamentale. Non contempliamo le cose, interveniamo. Dobbiamo capire se vogliamo essere tutti vocati al turismo, facendo corsi per bagnini e camerieri, o se vogliamo mantenere l’industria».

C'è stato un approccio diretto con la multinazionale svedese da parte vostra? Finora l’azienda è stata ferma al comunicato diramato dopo la prima riunione del 25 maggio...

«Ci sono relazioni riservate tra associato e associazione. Io conservo fiducia su quello che alla fine farà Electrolux. Non bastano le manifestazioni o le benedizioni della chiesa, serve l’intelligenza dell’ingegneria per risolvere il problema».

Come si interviene allora per attutire gli effetti sociali della crisi?

«Trovare lavoro per 200 operai non sarebbe un grande problema per il tessuto economico del Pordenonese o del Veneto orientale; il problema serio riguarda i “colletti bianchi” della ricerca e sviluppo. Ricordate quando De Benedetti ristrutturò l’Olivetti? Migliaia di dipendenti furono assunti dallo Stato. Oggi dovremmo gestire la transizione tecnologica dell’intelligenza artificiale con la formazione o canali privilegiati, magari nelle Poste o nei corpi dello Stato, come avviene per chi ha fatto la ferma militare. Un paese intelligente deve impegnarsi a gestire questa transizione perché non sia un bagno di sangue».

Prima della pausa agostana che risultato potremmo avere, dunque?

«Non lo so. Se ci fossimo presi più tempo non mi sarebbe dispiaciuto. Un risultato concreto può essere un contratto soddisfacente o l’apertura a soluzioni diverse. Segnalo che l’export cinese sta colpendo anche l’industria del legno e dei pannelli (come Kronospan o Fantoni). Abbiamo già perso il tessile e ora il meccanotessile. Il rischio è che del Nordest non rimanga niente tra 5 o 6 anni».

Torniamo infine al tema del lavoro, perché se ci sono realtà industriali che soffrono, dall’altro canto Confindustria Alto Adriatico ha avviato un progetto per reclutare e formare addetti all’estero, in Ghana. Qual è il bilancio del progetto, a un anno dal suo avvio?

«Il progetto Ghana continuerà. Sono arrivate in Friuli 400 persone con performance lavorative eccellenti; ora aspettiamo 10 ingegneri. Fanno l’esame di italiano ad Accra, sono ragazzi meravigliosi».

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