Il disegno di legge per la riforma delle Authority portuali in arrivo in Parlamento

l cuore della riforma resta la nascita di Porti d’Italia spa, società pubblica partecipata dal ministero dell’Economia e vigilata dal ministero delle Infrastrutture

Diego D'Amelio

 

La riforma dei porti arriva al banco di prova: il disegno di legge sta infatti per cominciare il suo percorso parlamentare. Oggi a Ravenna, nell’ambito di DePortibus, festival nazionale dedicato alla portualità in programma dal 21 al 23 maggio, istituzioni, autorità portuali, imprese e operatori si confronteranno sui contenuti del testo che ridisegna radicalmente la governance degli scali italiani.

Il progetto di legge

Dopo il via libera della Ragioneria generale dello Stato e la firma del presidente della Repubblica, il ddl è pronto per approdare alla Camera, dove sarà esaminato in commissione Trasporti. Il cuore della riforma resta la nascita di Porti d’Italia spa, società pubblica partecipata dal ministero dell’Economia e vigilata dal ministero delle Infrastrutture, pensata come cabina di regia nazionale per gli investimenti strategici. Alla nuova società verrebbero affidati progettazione, realizzazione e manutenzione straordinaria delle grandi opere portuali strategiche, con l’obiettivo di accelerare i cantieri e collegare meglio gli scali italiani alla rete Ten-T e ai corridoi logistici europei. Le Autorità di sistema portuale continuerebbero invece a presidiare gestione territoriale, funzioni operative, manutenzione ordinaria e rapporto con gli operatori.

Su questo delicato equilibrio si sta concentrando il confronto pubblico. La versione attuale è diversa da quella approvata dal Consiglio dei ministri a dicembre. La modifica più rilevante riguarda la dotazione iniziale di Porti d’Italia: non più fino a 500 milioni, da alimentare anche con gli avanzi delle Autorità portuali, ma dieci milioni complessivi, di cui un milione nel 2026 e nove nel 2027. Un ridimensionamento netto, che cambia il peso della newco e lascia aperta la domanda sulle risorse per gli investimenti e sulla sostenibilità di un passo indietro così palese del ministro Matteo Salvini e del suo vice Edoardo Rixi, che stamattina farà il quadro della situazione nell’intervista con Paolo Possamai, direttore dei quotidiani del gruppo Nem.

La modifica al meccanismo di finanziamento

L’altra correzione significativa, strettamente legata alla prima e al meccanismo di finanziamento di fatto cassato dalla Ragioneria, è che canoni concessori e avanzi di amministrazione non verrebbero più conferiti alla nuova società. Resta però previsto un possibile trasferimento ai fondi nazionali di una quota tra il 15 e il 25% di alcune tasse portuali. È un punto politicamente sensibile, perché attenua una delle critiche più forti: il rischio di svuotare le Authority, togliendo loro capacità finanziaria e autonomia. E qui hanno pesato gli inviti a ridurre la portata centralista del provvedimento e pure il fuoco amico arrivato dai territori, ad esempio con la mozione che centrodestra e centrosinistra hanno votato all’unanimità in Friuli Venezia Giulia per invitare il governo a non trasferire risorse e competenze verso Porti d’Italia.

Le altre questioni

Restano molte questioni aperte. La spa pubblica avrebbe il controllo degli interventi strategici, poteri su progettazione, procedure espropriative e convenzioni con le Autorità. Il coordinamento tra centro e territori sarebbe regolato da una convenzione quadro nazionale, con poteri sostitutivi del ministero in caso di stallo. Per il governo è lo strumento per dare unità e velocità al sistema. Per una parte del mondo portuale e della politica locale, invece, il nodo è evitare una regia troppo centralistica.

Il confronto continua a Ravenna, scalo adriatico centrale per rinfuse, energia e industria. Il dibattito sulla riforma esce dai tavoli tecnici e incrocia il tema della competitività: chi deciderà le priorità, chi finanzierà le opere e quanto spazio resterà ai territori.

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