Trasporti, entro il 2040 serviranno 2.000 miliardi

Gli Stati Generali voluti da Confindustria: «Dopo il Pnrr serve un cambio radicale»

Maria Cristina Carlini

 

 

Investimenti infrastrutturali fino a 2000 miliardi di euro nei prossimi 15 anni, a un ritmo di 100-130 miliardi l’anno: è una cifra monstre quella che quantifica il fabbisogno finanziario per la realizzazione di un sistema dei trasporti e della logistica efficiente e competitivo. Ed è questo il dato che indica la portata della sfida da affrontare per eliminare strozzature, inefficienze, colli di bottiglia, vere e proprie zavorre per la crescita dell’economia italiana.

Prendono da qui le mosse dei primi Stati Generali dei Trasporti e della Logistica promossi da Confindustria. Obiettivo «costruire una nuova politica industriale», come ha detto il vicepresidente di Confindustria con delega ai Trasporti, Logistica e Turismo, Leopoldo Destro. Quello che propone è un radicale cambio di paradigma dove i trasporti e la logistica non sono «più un costo ma il principale moltiplicatore di crescita economica».

Ma a parlare e a tratteggiare lo scenario attuale e di prospettiva, sono stati, in prima battuta, i numeri contenuti nella ricerca presentata ieri da Nicola Sandri, senior partner di McKinsey, in apertura dei lavori presso la sede di Confindustria a Roma. Negli ultimi quindici anni l’Italia ha investito circa 340 miliardi di euro nelle infrastrutture di trasporto. Nel prossimo quindicennio ne saranno necessari almeno 550 miliardi soltanto per strade, ferrovie, porti, aeroporti e logistica. Ma il fabbisogno complessivo sale fino a una forchetta compresa tra 1.500 e 2.000 miliardi se si considerano anche gli investimenti in decarbonizzazione, reti energetiche, data center, difesa e infrastrutture dual use, utilizzabili sia in ambito civile sia militare.

Una dimensione che evidenzia la distanza tra le necessità future e le risorse oggi disponibili. Negli ultimi anni gli investimenti sono stati sostenuti soprattutto dalla spesa pubblica e dal Pnrr. Tuttavia, mantenendo invariati gli attuali livelli di finanziamento statale e gli investimenti dei concessionari, si aprirebbe nei prossimi anni un deficit superiore ai 200 miliardi. In questo quadro, non basterà aumentare la spesa pubblica, ma occorrerà attrarre maggiormente capitali privati, diversificare i modelli di governance delle infrastrutture, aumentare la produttività attraverso l’innovazione tecnologica e ampliare la platea degli investitori.

La riflessione si inserisce in un contesto europeo sempre più competitivo. Negli ultimi 25 anni la domanda di mobilità nel continente è cresciuta molto più rapidamente della capacità delle infrastrutture. Il traffico aereo è quasi raddoppiato, quello ferroviario è aumentato del 47% e la mobilità stradale del 26%. A questa crescita, però, non è corrisposto lo sviluppo delle reti: l’estensione ferroviaria è rimasta sostanzialmente invariata e il numero di aeroporti è cresciuto marginalmente. Uno squilibrio che alimenta inefficienze e pesa sulla competitività del sistema produttivo.

In parallelo, la Cina ha accelerato gli investimenti infrastrutturali a un ritmo nettamente superiore, aumentando la pressione competitiva. In questo scenario, Confindustria considera trasporti e logistica una priorità strategica. «Ogni milione di euro investito nella logistica genera oltre due milioni di produzione aggiuntiva», ha ricordato Destro, sottolineando come infrastrutture più efficienti significhino non solo crescita economica ma anche maggiore coesione territoriale e qualità della vita.

Riflettori puntati poi sulla rete transeuropea dei trasporti, la Ten-T. Per completarla entro il 2040 servono investimenti stimati in circa 845 miliardi, a fronte di risorse attualmente insufficienti. Da qui la richiesta di rafforzare gli strumenti finanziari europei e mobilitare capitali pubblici e privati attraverso nuove piattaforme di investimento dedicate. In questo quadro assumono un ruolo centrale i valichi alpini, attraverso i quali transitano ogni anno circa 400 miliardi di euro di scambi commerciali, oltre un terzo dell’interscambio italiano con l’Europa.

Brennero, Torino-Lione, Monte Bianco e il sistema alpino rappresentano nodi strategici per la competitività continentale. Ogni inefficienza lungo questi corridoi genera costi stimati in circa 1,5 miliardi l’anno. Per questo Confindustria propone di «riconoscere i valichi alpini come infrastrutture strategiche europee, attribuire priorità nei programmi di finanziamento dell’Unione, nominare un coordinatore europeo dedicato e adottare un piano pluriennale di manutenzioni».

A fotografare lo stato dell’arte degli investimenti , anche in vista della chiusura del Pnrr, è stato il ministro delle Infrastrutture e Trasporti, Matteo Salvini. «Contati, finanziati, a terra abbiamo 264 miliardi di investimenti come Mit, 194 miliardi in totale dal Pnrr, 38 miliardi in capo al Mit che trovai quando arrivai nel 2022, ne abbiamo recuperato altri 4, quindi siamo a 42 e l'obiettivo è spendere almeno 30 di questi 42 miliardi entro agosto», ha spiegato.

«Ovviamente non ne lasciamo 12 accantonati, con le rimodulazioni portate avanti, 5 miliardi avranno una vita post 2026, due miliardi vengono considerati sul tema casa e acqua e altri tre miliardi restituiti ai Comuni per il tema abitare, Tpl. Gli ultimi 2 miliardi, che contiamo di riuscire a rimodulare, sono meno del 5% e hanno già alcune proposte di riassegnazione», ha illustrato Salvini, tornato anche tornato sull’inchiesta giudiziaria legata alle Olimpiadi di Milano Cortina che ha coinvolto la dirigente del Mit, Elisabetta Pellegrini, alla quale ha rinnovato la fiducia. Intanto, «siamo riusciti a investire altri 600 milioni per opere in Lombardia e Veneto per il sistema viario e trasportistico».

Servono investimenti massicci per completare le infrastrutture europee e rilanciare la competitività. È il messaggio finale del presidente di Confindustria, Emanuele Orsini, toccando il tasto dolente delle risorse per i corridoi Ten-T: «L’Europa dichiara che queste opere servono per essere più efficienti. Ma con 81 miliardi non si può fare», ha osservato, evidenziando un rapporto «uno a dieci» tra risorse disponibili e investimenti necessari. «Oggi ci sono 280 miliardi da dividere tra 27 Paesi, quando ne servirebbero 1.200 per tornare competitivi. Essere competitivi vuol dire fare investimenti».

La dimensione della sfida è emersa anche dai programmi delle aziende pubbliche. L’addi Anas, Claudio Andrea Gemme, ha annunciato un Piano Industriale 2026-2035 da 43,2 miliardi, di cui 27,6 miliardi destinati a nuove opere e 15,6 miliardi alla manutenzione programmata. Sul fronte ferroviario, l’amministratore delegato di Rfi, Aldo Isi, ha ricordato che sono attualmente operativi circa 1.300 cantieri al giorno grazie ai fondi del Pnrr. Complessivamente, ha ricordato Isi, Rfi sta realizzando circa 12 miliardi di investimenti, in una fase definita «storica» per il sistema ferroviario.

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