Grandi progetti a Nordest: Archest compie vent’anni
Il gruppo di Palmanova ha chiuso il 2025 a 8 milioni di ricavi aggregati

Vent’anni di progetti, tra architettura e ingegneria, con Palmanova come base e lo sguardo rivolto ben oltre i confini del Friuli Venezia Giulia. È la storia di Archest, realtà nata nel 2006 dall’incontro tra due esperienze già consolidate – Artech e Terratest – che è cresciuta negli anni fino a diventare una delle strutture di riferimento a Nordest per la progettazione di opere pubbliche e interventi complessi.
«Eravamo concorrenti», racconta Lucio Asquini, uno dei quattro soci insieme a Stefano Costantini, Remo Livoni e Carlotta Vita. Poi, un concorso per la nuova sede di Agip in Kazakhstan, rimescola le carte: le due società partecipano insieme e vincono contro concorrenti internazionali del calibro di Fuksas e Jacobs. Il progetto, da 40 milioni di euro, non verrà mai realizzato, ma quell'esperienza, più ancora che la vittoria in sé, fa nascere nei suoi artefici la voglia di fare qualcosa insieme. Qualcosa di più strutturale. Così nasce Archest. È il 2006 e in breve arrivano altri incarichi per Eni, le residenze per gli espatriati e una branch in Kazakhstan. L’estero, dice Asquini, «era nel nostro dna». Ma quella prima esperienza contiene già il modello sul quale Archest costruirà la propria crescita: unire architettura e ingegneria e seguire il progetto dall’idea al cantiere.
La componente architettonica arriva dall’esperienza di Asquini, quella ingegneristica e infrastrutturale soprattutto da Livoni, che aveva lavorato anche in Rizzani su grandi opere e viadotti. «La cosa che ci caratterizza da sempre è la vocazione a seguire il progetto dall’inizio alla fine», spiega Asquini, «dal concept alla progettazione esecutiva, fino alla direzione dei lavori».
La varietà del portafoglio è la fotografia più efficace di questa evoluzione. E racconta anche quanto Archest sia entrata negli ultimi vent’anni nel paesaggio delle grandi opere del Friuli Venezia Giulia e non solo. Dietro alcuni degli interventi più iconici realizzati nel quadrante orientale del Paese c’è infatti la firma della società palmarina: dallo stadio di Udine alle Terme Marine di Grado, da Porto Piccolo al nuovo data center di Palmanova. Per poi andare oltre: al nuovo tribunale di Trento, all’arena e al nuovo stadio di Venezia, al Radisson di Kiev. Impianti sportivi, strutture residenziali e alberghiere. E poi l'industria e la produzione di energia. A Cargnacco, Archest sta seguendo il progetto del nuovo impianto di Abs, il DigiMelter, terzo forno elettrico dello stabilimento per la produzione di acciai speciali, nell’ambito di un investimento da 400 milioni di euro. A San Giorgio di Nogaro è impegnata nella progettazione di un importante parco fotovoltaico. Un portafoglio che oggi conta anche sul nuovo data center di Insiel a Palmanova, sull’auditorium dell’Accademia navale a Livorno e per tornare a Trieste, sul Nautaverso alla sacchetta, per il quale Archest ha vinto la gara nell'ambito del gruppo che vede partecipare anche l’archistar giapponese Kengo Kuma.
In vent’anni, la società della città stellata si è progressivamente imposta come un punto di riferimento nel mondo della progettazione, crescendo con gradualità. Oggi Archest vale circa 6 milioni di euro di valore della produzione, oltre 8 milioni considerando le società aggregate. L’età media dei suoi dipendenti è di 38,6 anni, con il personale diviso sostanzialmente a metà tra architettura e ingegneria e un turnover molto basso.
Anche il gruppo si è allargato negli anni. Accanto ad Archest ci sono Asf Engineering, società di Trento specializzata nelle strutture metalliche e nell’ingegneria dell’involucro, e Archest Ard, divisione nata nel 2025, con sede a Palmanova, dedicata all’ingegneria delle infrastrutture e in particolare a ponti e viadotti. I vent’anni di attività sono stati festeggiati ieri alla Cavallerizza dell’ex caserma Osoppo di Udine, insieme a dipendenti, clienti e collaboratori. Un luogo significativo della storia recente di Archest, impegnata nel percorso di riqualificazione dell’ex sito militare. Tagliato il traguardo, ora la società guarda al futuro. La sfida? «Dovremmo organizzarci ancora meglio e pensare al passaggio generazionale», conclude Asquini.
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