Per Trump i dazi sono un boomerang, in crescita l’export europeo e cinese

Commissione e Consiglio hanno finalizzato l’intesa con i latini del Mercosur e i nuovi dazi non hanno reso grande l’America

Marco ZatterinMarco Zatterin
Donald Trump mostra la tabella dei dazi presentandoli ai giornalisti alla Casa Bianca
Donald Trump mostra la tabella dei dazi presentandoli ai giornalisti alla Casa Bianca

Donald Trump non ha deglobalizzato il Pianeta. Nel primo anno del secondo mandato alla Casa Bianca, le guerre commerciali scatenate dal Tycoon hanno frammentato il commercio mondiale senza provocare le catastrofi temute. Nonostante i dazi abnormi minacciati con toni spesso violenti, poi applicati con maggiore prudenza, il 2025 ha visto le esportazioni europee e cinesi crescere a ritmo da record.

Nel terzo trimestre le vendite di casa Ue superavano del 3,6 per cento in termini reali quelle di dodici mesi prima, una dinamica che per Pechino saliva al 6, 6 per cento in dicembre.

Per contro, secondo il governativo Bureau of Economic Analysis, il deficit di beni e servizi statunitensi è esploso a 56, 8 miliardi di dollari a novembre 2025, con un balzo del 94, 6% rispetto ai 29, 2 miliardi del mese precedente. Se il presidente mirava a prendere in ostaggio l’economia multilaterale e riportare in attivo la bilancia commerciale, la sua missione – almeno sinora – è fallita.

La reazione al reiterato ricatto di Washington, alle “tariffe” usate anche come strumento di pressione politica, è stata la migliore fra quelle possibili.

«I risultati suggeriscono che sia l’Ue che la Cina abbiano sfruttato strutture diversificate di esportazione per mitigare l’impatto del protezionismo statunitense: – scrivono Zsolt Darvas e Marie-Sophie Lappe in un rapporto della think-tank bruxellese Bruegel –. Le catene di approvvigionamento globali si sono riorganizzate geograficamente. Nonostante le interruzioni del commercio con gli Stati Uniti, l’Unione e la Cina hanno mantenuto surplus sostanzialmente invariati, sostenute da una forte performance delle esportazioni grazie alla diversificazione dei mercati».

C’è stata una risposta vivace. Si è mantenuta aperta la comunicazione con Washington e si sono cercati sbocchi alternativi. Erano le mosse corrette. Hanno funzionato.

I numeri spiegano come. Il dazio medio legiferato dagli States sulle importazioni è salito in un anno dal 2,5 al 18,8 per cento (i dazi li pagano gli americani, va ricordato). I livelli effettivi delle gabelle di frontiera sono tuttavia risultati più bassi di quelli indicati dai dispositivi dell’amministrazione; essi variano dal 37, 7 per cento cinese (dieci punti in meno del 47 per cento annunciato) all’8,6 per cento europeo (contro il 10, 6 ufficiale). La stretta è stata insomma inferiore alle attese.

I volumi hanno reagito di conseguenza, con una variabilità direttamente connessa a quella degli annunci presidenziali. L’export cinese verso gli States è sceso del 45 per cento, ma è stato compensato da maggiori affari col mondo asiatico, portando ad un’espansione delle vendite all’estero di 22 miliardi di dollari.

«Pressate dai dazi, le imprese hanno riorganizzato il business», riassumono gli esperti di Bruegel. Gli europei hanno fatturato il 10 per cento in meno con gli americani, ma la flessione è stata compensata e il 2025 è risultato un anno più che positivo, grazie alla domanda di Sud America, Regno Unito, Norvegia e Turchia. L’Italia ha conseguito un aumento sia in valore (+3,1%) che in volume (+0,4%). L’Ue è rimasta in deficit con Pechino, ma in forte attivo con resto del mondo (America esclusa). «Le nostre esportazioni hanno dimostrato resilienza», assicurano Darvas e Lappe. Così quelle cinesi: «C’è stato un rimescolamento commerciale, non un reale disaccoppiamento degli affari transatlantici».

I meccanismi comunitari sono stati efficienti. I Trattati Ue attribuiscono alla Commissione il ruolo di negoziatore commerciale. D’intesa con gli stati membri, Bruxelles ha fatto la sua parte. Ha dialogato con Trump nei limiti del mandato avuto dalle capitali, ha evitato un conflitto troppo duro come richiesto dai Ventisette, ha limitato le perdite e ha commesso un solo errore, diplomatico, nell’accettare di incontrare Trump nel suo resort scozzese la scorsa estate. Era giusto parlare. Ma non in quel luogo, in quel modo e in quelle circostanze.

Acqua passata. Commissione e Consiglio hanno finalizzato l’intesa con i latini del Mercosur (100 miliardi di export in gioco) e ora stanno cercando di attivarlo “temporaneamente” dopo lo stop imposto dall’Europarlamento.

Hanno poi chiuso la ponderosa intesa di libero scambio con l’India, alla quale già vendiamo 75 miliardi di merci e servizi l’anno. A fine mese, o in marzo, è atteso il patto con l’Australia, che per noi vale 38,6 miliardi (dato 2024).

Ne deriva che i dazi di Trump hanno risvegliato i Ventisette più che rendere l’America nuovamente grande.

Il suo predecessore Thomas Jefferson diceva che «i mercanti non hanno patria». Invece sì. Quelli europei hanno scoperto che, oltre alla qualità e agli investimenti, l’agire di concerto con una strategia omogenea difende il benessere comune. Poteva andare peggio. Non è successo. —

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