Anche Proxima Fusion coinvolta nella realizzazione di Stellaris: ecco di cosa si tratta

Parla Francesco Sciortino, co-fondatore della società sostenuta dal Land della Baviera che «vede» la prima centrale elettrica commerciale basata sulla tecnologia di fusione a confinamento magnetico

Luigi Dell’olio
Francesco Sciortino, co-fondatore e ceo di Proxima Fusion
Francesco Sciortino, co-fondatore e ceo di Proxima Fusion

L’Europa passa dalla ricerca sulla fusione nucleare alla fase di industrializzazione, portandosi in pole position per la commercializzazione.

Proxima Fusion, l’azienda di energia da fusione con sede a Monaco di Baviera ha firmato un protocollo d’intesa con il governo della Baviera, l’Istituto Max Planck per la Fisica dei Plasmi e il colosso tedesco dell’energia Rwe che impegna i partner a realizzare insieme Alpha, il primo stellarator dimostrativo - verrà costruito a Garching, vicino a Monaco - per arrivare poi a realizzare Stellaris, la prima centrale elettrica commerciale basata sulla tecnologia di fusione a confinamento magnetico nell’ex sito della centrale nucleare di Gundremmingen, a metà strada fra Monaco e Stoccarda.

Parallelamente attorno a Proxima Fusion si sono riuniti nell’Alpha Alliance 30 operatori industriali – tra cui le italiane Eni e Walter Tosto - per accelerare la sfida epocale di realizzare Alpha, lo stellarator che promette di trasformare la fusione in una realtà commerciale.

Il rendering della futura centrale Stellaris di Proxima, in Germania
Il rendering della futura centrale Stellaris di Proxima, in Germania

In un contesto geopolitico instabile e con il settore produttivo italiano soffocato dai costi energetici, la fusione si presenta dunque come una possibile svolta per la competitività. Dopo la validazione scientifica del concept Stellaris — definito dal Mit come il traguardo più rilevante dell’ultimo decennio — Francesco Sciortino, co-fondatore e ceo di Proxima Fusion, racconta come l’ambizioso team internazionale della società, che ha attinto risorse da eccellenze come SpaceX, Tesla e McLaren, punti a riscrivere le regole della sostenibilità globale.

Come è nata l’idea della Alliance?

«Realizzare Alpha, un dimostratore di Stellarator con guadagno netto di energia, richiede un’esecuzione industriale coordinata attraverso più catene di approvvigionamento ad alta precisione. La Alpha Alliance nasce quindi sulla base di tre ragioni molto pratiche. La prima è portare la dimostrazione su scala industriale. Alpha non è un esperimento da laboratorio. Realizzare uno Stellarator richiede magneti superconduttori, componenti strutturali in leghe ad alta resistenza, criogenia e integrazione di sistemi che coinvolgono decine di fornitori. La seconda ragione sono le già esistenti capacità presenti in Europa. Un’attenta mappatura ha evidenziato che l’Europa dispone già della profondità industriale necessaria nei campi dei materiali, della lavorazione di precisione, dei sistemi di alimentazione e della criogenia. Per questo l’Alleanza riunisce oltre 30 partner industriali e organizzazioni di ricerca per coordinare tale capacità e fornire ricerca e sviluppo con rapidità. La terza è definire il passaggio dalla ricerca all’industrializzazione».

In che modo?

«L’Europa è leader nella scienza degli Stellarator grazie a istituzioni come l’Istituto Max Planck per la Fisica dei Plasmi e il primo stellarator Wendelstein 7‑X. Alpha è il passo che traduce questa leadership in realtà industriale. Trasforma il know‑how scientifico in hardware realizzabile, in tecnologia dei magneti pronta per la produzione e in catene di approvvigionamento coordinate. Coinvolgendo l’industria in questa fase, l’Alleanza garantisce che il trasferimento tecnologico avvenga in modo proattivo e su larga scala».

Quale impatto potrebbe avere sull’Italia?

«Le catene di approvvigionamento per la fusione sono distribuite in tutta Europa. Si stima che una centrale dimostrativa a fusione richiederà un investimento complessivo di circa 2 miliardi di euro, con approvvigionamenti pluriennali nei settori dei materiali avanzati, della produzione di precisione, dei sistemi di alimentazione, della criogenia e dell’ingegneria impiantistica. Per l’Italia, questo significa accesso a contratti industriali ad alto valore. Questa partecipazione posiziona le aziende italiane all’interno di un futuro mercato europeo delle infrastrutture energetiche che potrebbe estendersi ben oltre una singola centrale. Una volta industrializzata, il dispiegamento della fusione genererebbe contratti ricorrenti da molti milioni di euro per aziende in tutta Europa, creando una domanda costante per la produzione ad alta precisione e per l’integrazione di sistemi».

In che modo queste iniziative si conciliano con il rifiuto italiano del nucleare sancito dal referendum?

«Occorre fare chiarezza: il referendum italiano riguardava le centrali nucleari a fissione. La fusione è una tecnologia completamente diversa con effetti completamente diversi: non ha reazione a catena, non esiste un rischio di fusione del nocciolo, non produce rifiuti radioattivi ad alta attività e di lunga durata. È proprio un altro mondo. Ciò di cui discutiamo quindi non riguarda la realizzazione di reattori a fissione».

In questo caso parliamo di industria…

«Esatto. Si parla dello sviluppo industriale, di manifattura avanzata e di partecipazione a una futura catena del valore europea sull’energia da fusione. Diversi Paesi europei che hanno limitato o abbandonato la fissione, inclusa la Germania, sostengono attivamente la ricerca e l’industrializzazione della fusione. Questo riflette un riconoscimento diffuso del fatto che la fusione rappresenta una nuova classe di tecnologia per l’energia pulita. L’Italia può quindi essere un attore attivo nella creazione della catena del valore industriale per la fusione grazie ai suoi punti di forza industriali nella manifattura avanzata e nell’innovazione energetica, senza rimettere in discussione il proprio quadro politico sulla fissione».

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