La nuova stretta di Donald Trump sulle esportazioni negli Stati Uniti

L'Executive Order 14411, firmato dal tycoon americano il 3 giugno scorso e divenuto esecutivo alla viglia di Ferragosto, impone per gli importatori esteri nuovi requisiti, maggiori informazioni da fornire alla dogana e controlli più approfonditi. A farne le spese saranno le imprese che vendono in America con la resa Ddp

Maura Delle Case

 

Il nuovo giro di vite di Donald Trump sulle importazioni negli Stati Uniti arriva in pieno agosto, quando l'economia, non solo quella italiana, è in ferie. Ad accorgersene, per ora, sono stati dunque ancora in pochi, ma il tempo stringe: dal 18 settembre la dogana americana inizierà infatti a verificare i dati degli importer of record (Ior) nel caso di spedizioni con la formula del Ddp (Delivered Duty Paid) in base alla quale si fanno carico anche dei costi di spedizione e dogana. In caso di informazioni incomplete o inesatte, potrà invalidare il loro numero identificativo e fermare le merci in dogana.

«L'era del Ddp facile e delle scorciatoie doganali è finita», avverte Lucio Miranda, presidente di ExportUSA. «Chi pensa di continuare a servire il mercato americano spedendo dall'Italia, come se nulla fosse, andrà incontro al blocco delle merci».

La stretta nasce dall'Executive Order 14411, firmato dal tycoon americano il 3 giugno scorso e divenuto esecutivo alla viglia di Ferragosto, per rafforzare i controlli doganali: impone, per gli importatori esteri, nuovi requisiti, maggiori informazioni da fornire alla dogana e controlli più approfonditi. A partire dal 18 settembre, quando la Customs and Border Protection (Cbp), l'agenzia americana che controlla le frontiere, inizierà a verificare i contenuti del modulo CBP 5106, con cui l'impresa comunica alla dogana i propri dati per essere registrata come importatore: se risultassero incompleti o inesatti, il numero identificativo potrà essere invalidato. È qui si apre il problema per le imprese italiane. «Quando una società spedisce con resa Ddp, è al contempo esportatrice e importatrice di se stessa», spiega Miranda. «Anche se in America non ha nulla, neanche un numero di telefono».

Con il Ddp l'impresa italiana si assume infatti la responsabilità dell'importazione, dallo sdoganamento al pagamento dei dazi. Per evitare il pesante carico di adempimenti, la soluzione passa dall’avere una presenza diretta negli Usa. La soluzione indicata da ExportUSA è aprire una propria società commerciale negli Stati Uniti: la casa madre italiana venderebbe alla filiale a stelle e strisce, lasciando a quest’ultima il compito di importare la merce. Per aprire una società negli Usa, aggiunge Miranda, «non c'è nemmeno bisogno del notaio. In due, tre settimane ti danno l’identificativo fiscale».

E c’è anche un aspetto favorevole dal punto di vista fiscale. La filiale pagherà negli Stati Uniti un'imposta federale del 21% sugli utili, inferiore al 24% dell'Ires italiana. Quando gli utili saranno distribuiti alla casa madre tricolore, il 95% dei dividendi sarà escluso dalla base imponibile Ires, mentre soltanto il restante 5% concorrerà alla tassazione.

A ridimensionare la portata della nuova stretta voluta da Donald Trump è Stefano Visintin, presidente dell'Associazione spedizionieri del Friuli Venezia Giulia, che ricorda come «le nostre imprese commerciali e industriali che vendono all'estero non usano se non in pochi casi il Ddp». Molto più diffuso è il franco fabbrica, che funziona esattamente al contrario: «Chi compra paga tutto». Il Ddp, spiega Visintin, è usato soprattutto in casi particolari, ad esempio quando un'azienda porta la propria merce a una fiera all'estero o nel caso degli e-commerce.

 

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