Missoni, la famiglia lascia: «Una decisione importante e molto sofferta per rafforzare le prospettive future della nostra amata azienda»

Gli eredi di Ottavio e Rosita escono definitamente dal capitale della maison, Fsi sale al 73 per cento mentre il gruppo tedesco Katjes rileva il 27 per cento. Finisce l’epopea creativa e industriale dello stilista nato nel 1921 in Dalmazia

Roberta Paoloni

 

 

Lo zig-zag resta intrecciato alle pareti, ai maglioni, alle tende, nelle boutique di mezzo mondo. Ma non appartiene più alla famiglia che lo aveva trasformato in un linguaggio policromatico e universale del Made in Italy. Con il closing perfezionato il 20 maggio, gli eredi di Ottavio e Rosita Missoni sono usciti definitivamente dal capitale della maison: il controllo è passato a Fsi, salito al 73%, mentre il 27% è stato rilevato dal gruppo tedesco Katjes International. «Si tratta di una decisione importante e molto sofferta, maturata con senso di responsabilità, per rafforzare le prospettive future della nostra amata azienda» si legge nella lettera inviata dai Missoni ai propri dipendenti.

Finisce così una delle ultime grandi storie familiari della moda italiana indipendente. E forse non è un caso che tutto cominci e si trasformi sul confine.

Perché Missoni non si origina nella mondanità chic milanese né nei distretti del lusso. Nasce molto più a est, dentro il vento duro dell’Adriatico orientale, tra Zara, Trieste e la Dalmazia italiana perduta. Nasce dalla vita irregolare di Ottavio “Tai” Missoni, atleta prima che stilista, esule prima che imprenditore.

Era nato a Ragusa di Dalmazia nel 1921, ma fu Zara la città che gli rimase dentro come una lingua madre. Una città allora italiana, sospesa tra mare e pietra, dove — avrebbe ricordato lui stesso — «tutti i giochi erano basati sulla corsa». E infatti Tai correva.

Correva veloce abbastanza da entrare giovanissimo nella Nazionale, da vincere il titolo italiano nei 400 metri piani e poi a Vienna ascendere al titolo di Campione Mondiale Studentesco a Vienna. Diventando uno dei talenti più luminosi dell’atletica azzurra alla vigilia della guerra.

Poi il Novecento presentò il conto. Nel 1942 viene mobilitato per il servizio militare: soldato di fanteria, inviato in uno dei teatri più duri e logoranti del conflitto, il Nord Africa. Combatte in prima linea nella sanguinosa battaglia di El Alamein, è catturato e sconta quattro anni di prigionia in Egitto, «ospite di Sua Maestà Britannica». Ma è il ritorno impossibile che segnerà la sua vita. Quando rientrò nel 1946, Zara non era più casa. La Dalmazia italiana si stava consumando nell’esodo giuliano-dalmata, nel trauma delle foibe, nello sradicamento di migliaia di famiglie costrette a lasciare tutto. I Missoni arrivarono a Trieste come tanti altri esuli dell’Adriatico orientale: con poche valigie e molta memoria.

Fu Trieste a rimettere in moto il filo della sua vita. Il legame con il capoluogo giuliano non era inedito: già nel 1938 vi aveva soggiornato temporaneamente per frequentare il Liceo Oberdan. In un piccolo spazio con quattro macchine da maglieria, insieme all’amico Giorgio Oberweger, Missoni iniziò a produrre tute sportive in lana. Le chiamarono Venjulia: dentro quel nome c’era già un pezzo di geografia sentimentale, Venezia Giulia compressa in un marchio.

Ma la svolta vera arrivò a Londra, alle Olimpiadi del 1948. A Wembley, dopo aver corso la batteria dei 400 ostacoli, Tai incontrò Rosita Jelmini, figlia di industriali tessili lombardi. Lui portava addosso il mare di Zara, la guerra e la disciplina dello sport. Lei la cultura manifatturiera del Varesotto. Da quell’incontro nacque non soltanto una famiglia, ma una delle identità estetiche più riconoscibili del Novecento italiano.

A Sumirago, nel cuore della provincia lombarda, la maglieria smise di essere accessorio e diventò linguaggio. Gli zig-zag, le geometrie, i colori fiammati, le sovrapposizioni materiche. L’America se ne innamorò. Molto prima della globalizzazione del lusso, Missoni aveva capito che il futuro sarebbe stato internazionale. Per anni il marchio ha vissuto di export, restando però ostinatamente familiare, refrattario alle logiche dei grandi conglomerati.

Poi il mercato del lusso ha cambiato dimensione. Le economie di scala, il retail globale, il real estate, gli investimenti miliardari hanno reso più difficile la sopravvivenza delle maison indipendenti. Così nel 2018 è entrato Fsi con il 41,2%. La finanza prende il timone. La nuova Missoni parla la lingua del lifestyle globale. Il piano punta ai 200 milioni di ricavi, nel 2025 ha chiuso a 130 milioni, accelera sugli accessori, sull’uomo, sulle branded residences sviluppate con DarGlobal tra Marbella, Ras Al Khaimah e Bodrum. A Parigi ha aperto il nuovo flagship in Rue Saint-Honoré, manifesto della nuova era.

In controluce, sopravvive, tuttavia, cangiante come le sue geometrie, una storia molto più dolce e fragile. Quella di un ragazzo nato sulla costa dalmata che aveva perso la sua città e che, forse proprio per questo, passò la vita a riempire il mondo di colore.

 

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