La triestina Innova rompe il silenzio «Vent’anni di crescita, ora aiutiamo le startup»
L’azienda di dispositivi di intercettazione per la polizia non ha mai rilasciato un’intervista dalla nascita nel 2003. Il presidente: «L’incubatore Bic per stimolare l’eccellenza»

In vent’anni Innova non ha mai concesso un’intervista. Progetta e produce dispositivi di localizzazione e di captazione audio e video, con i relativi software di gestione, a supporto delle attività di intercettazione e investigazione delle forze dell’ordine italiane e internazionali, e la discrezione fa parte del suo Dna. «Siamo dei partner tecnologici, per cui rimanere un po’ defilati fa parte delle regole del gioco», spiega il presidente Nicola Salina, che oggi rompe quel silenzio nel momento in cui l’azienda acquista, per la prima volta, visibilità pubblica: è infatti diventata la nuova proprietaria di Bic, lo storico incubatore d’impresa di Trieste attivo dal 1989. E c’è anche una seconda ragione, molto concreta: farsi conoscere dai giovani talenti di cui l’azienda è sempre a caccia.
I numeri, del resto, sono da tempo troppo grandi per restare sottotraccia. L’ultimo bilancio ha visto chiudere il 2025 con ricavi delle vendite per 52,9 milioni di euro, in crescita dai 47,9 milioni del 2024, un Ebtda salito da 13,2 a 15,2 milioni e un utile di 9,6 milioni. I dipendenti sono passati da 330 a fine 2024 ai 400 di oggi, di cui circa 80 persone nella sola ricerca e sviluppo. «Viste le dimensioni raggiunte, oggi è difficile nascondersi dietro un dito», ammette Salina.
La storia di Innova comincia da RadioTrevisan, «storica azienda triestina, all’epoca leader in Italia» nel settore, passata di proprietà a un gruppo milanese, LaserLine. Otto tecnici e ingegneri, tra cui lo stesso Salina, allora direttore tecnico, capirono nel giro di un anno che sede e know-how sarebbero stati trasferiti altrove. «Eravamo tutti giovani, con famiglie appena avviate», ricorda oggi Salina, «perciò abbiamo deciso di creare un progetto in grado di mantenere le competenza qui a Trieste». Nessun vincolo di non concorrenza a fermarli: nel 2003 gli otto – ancora oggi tutti soci a distanza di ventitré anni – si insediano al Bic come startup, «partendo da zero in termini economici, di mercato e di prodotto», portando con sé come unico capitale la competenza maturata negli anni e una visione chiara in mente.
Da lì la crescita è stata verticale. Dopo i primi anni concentrati sull’intercettazione telefonica, dal 2009 l’azienda comincia a sviluppare dispositivi hardware propri per la captazione audio ambientale, diventati un riferimento sul mercato, e nel 2012 avvia l’espansione internazionale. Oggi il 40% del fatturato arriva dall’estero: i clienti sono le forze di polizia dei Paesi in cui l’azienda esporta, per la maggior parte europei, oltre a Stati Uniti, Canada e Australia. A questi mercati si aggiunge una controllata in Cile. Sul territorio nazionale, invece, Innova conta 23 sedi operative distribuite in tutte le regioni italiane, con circa tre quarti dei 400 dipendenti concentrati a Trieste.
È proprio l’attività internazionale il terreno su cui, secondo Salina, si misura la differenza tra Innova e le altre aziende accreditate presso le Procure per le attività di intercettazione: «È la capacità di sviluppare l’hardware, dispositivi progettati e prodotti internamente, a creare un differenziale di valore sulla qualità del prodotto». Un vantaggio non privo di ostacoli burocratici: per una vendita in Cile, racconta Salina, ci sono volute oltre due settimane per certificare un documento in Tribunale, mentre «il concorrente danese, nella stessa gara, l’aveva già ottenuto in una mattinata». Sui rapporti con lo Stato, principale cliente in Italia, Salina non nasconde che i tempi di incasso siano stati per anni un freno alla crescita, tanto da rendere inevitabile il ricorso al credito bancario. Oggi i bilanci mostrano un’azienda con ampia liquidità e debiti verso le banche in calo.
È dentro questo percorso che si inserisce l’acquisizione di Bic, definita da Salina come una naturale prosecuzione della missione originaria: «Innova riesce a essere competitiva grazie a una forte competenza ed eccellenza nel suo settore: vogliamo che sia questo tipo d’eccellenza a orientare le scelte anche sul lato Bic». L’obiettivo è trasformare l’incubatore, nato negli anni Ottanta come contenitore generalista, in un ecosistema che ruoti attorno a competenze tecnologiche affini a quelle di Innova – elettronica, informatica, cybersicurezza e intelligenza artificiale –, anche se applicate a settori differenti.
Il primo tassello concreto è già realtà: FreeControl, startup innovativa avviata di recente e dedicata alla Physical Ai, l’intelligenza artificiale applicata al controllo di robot e sistemi fisici. Un ambito che, chiarisce Salina, «non c’entra nulla con quello che fa Innova, ma gli strumenti e le tecnologie avanzate sono le stesse». Cauto sui tempi – «non sarà immediato» – e sul rischio di costruire «una cattedrale nel deserto», Salina immagina anche laboratori aperti agli studenti, in continuità con le collaborazioni già avviate con le università di Padova, Udine e Trieste.
Guardando ai prossimi cinque anni, per il presidente di Innova la direzione è una: «Lo sviluppo internazionale è ciò su cui dobbiamo continuare a investire, l’Italia è un mercato che abbiamo già coperto bene». La parte estera, aggiunge, offre più stabilità, grazie alla diversificazione di clienti e mercati. Il filo che lega il 2003 al 2026, in fondo, resta lo stesso: trattenere a Trieste competenza e valore, prima che qualcun altro se li porti via.
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