Le 800 medie imprese del Nordest che continuano a trainare il territorio

La nuova indagine dell’Area Studi Mediobanca evidenzia un territorio competitivo ma meno fiducioso di crescere e che si ritrova ad affrontare alcune fragilità strutturali

Arianna Salvatori

Forti, competitive e capaci di adattarsi. Le medie imprese italiane non rallentano. E nonostante dazi, guerre e aumento dei costi dell’energia, prevedono una crescita del fatturato e dell'export nel 2026 in tutte le macroaree italiane. È questo il quadro che emerge dall’indagine annuale realizzata dall’Area studi di Mediobanca sulle 4.350 imprese italiane con una forza lavoro tra 50 e 499 dipendenti e vendite tra 19 e 415 milioni di euro (dati 2024) e sulla prima fascia delle grandi imprese con più di 499 dipendenti e/o un fatturato fino ai 3 miliardi.

Oltre ai dati di bilancio sul totale del campione, l’indagine ha previsto un sondaggio su 504 aziende, di cui il 34% nel Nordest, che accanto ai punti di forza emersi dai bilanci evidenzia con chiarezza un dato: le imprese del Veneto e del Friuli Venezia Giulia guardano alla crescita con minor fiducia rispetto a quelle del Nord Ovest.

Infatti, se nel Nordest le attese indicano una crescita del fatturato dell’1,8% e dell'export del 2,5%, con una dinamica estera più favorevole rispetto a quella domestica (+0,6%), nel Nord Ovest, dove il numero di imprese intervistate è equiparabile, le percentuali raccontano qualcos’altro. La crescita attesa di fatturato totale è del 3,3%, mentre quella dell’export è del 3,5%. Si tratta poi di una crescita meno selettiva rispetto a quella del Nordest, che è trainata dai mercati esteri, infatti l’andamento delle vendite domestiche atteso nel Nord Ovest è del 3%.

I punti di forza

Nonostante questo, il Nordest per le imprese medie e medio-grandi, continua ad affermarsi come un territorio competitivo. Sono imprese che non fanno leva sul prezzo, ma sul valore. E che, attraverso la personalizzazione dell’offerta e la reputazione del brand riescono a ottenere un vantaggio competitivo. Per il 64,5% la tutela dei margini e della competitività rappresenta il principale obiettivo raggiunto nel biennio, seguita dal consolidamento del brand (per il 45,2% delle aziende) e dall’ampliamento della gamma di prodotti e servizi (36,1%). Allo stesso tempo, mentre il 34,8% delle imprese ha ampliato la quota di mercato domestica, il 32,3% ha potenziato quella estera.

Il 71% del campione generale di 4.350 imprese si concentra di queste si concentra nei settori tipici del made in Italy, e il 66% ha una struttura produttiva orientata ai comparti manifatturieri tradizionali a bassa e medio bassa tecnologia. Il 37,5%, oltre 800 imprese, è localizzato nel Nordest. Anche se il campione è riservato, incrociando i criteri utilizzati e i dati pubblici è possibile fare degli esempi sulle aziende del territorio incluse nell’analisi. In Veneto si tratta tra le altre di aziende come le veneziane Arredo 3, Caovilla, San Marco Group, Zignago Vetro, le padovane Ard Raccanello, Arneg, Carel, Fidia, Kioene, Unox, le vicentine AristonCavi, Cereal Docks, le trevigiane Comacchio, Fassa, Grigolin, Nice, Scarpa, Tecnica, le bellunesi De Rigo, Giorik, Lattebusche. In Friuli Venezia Giulia gli esempi possono essere Calligaris, Calzavara, Eurolls, Fantoni, Fibre Net, Gervasoni, Gortani, InnFlex, Maddalena, Mep nel territorio di Udine, Arblu, Brovedani, Casagrande, Mobili Fiver, Roncadin a Pordenone, Cortem, Coveme, Goriziane Group, Ilcam, Sbe Varvit a Gorizia, Cartubi, Eurospital, Illycaffè, Orion Valves, Sifra Est a Trieste.

Detto dei punti di forza, tuttavia, dall’indagine emerge un quadro per le imprese del IV capitalismo (come le chiama Mediobanca) che non è tutto rose e fiori.

Le competenze mancanti

Il primo elemento di fragilità è la difficoltà delle aziende nel reperire capitale umano. L’88% delle aziende del Nordest evidenzia criticità nell’incontro tra domanda e offerta di lavoro. I profili più ricercati sono quelli tecnici (70,7%) e gli operai specializzati (68,7%), a conferma di un fabbisogno orientato verso competenze professionali qualificate. Per quanto riguarda la carenza di candidature, cruciale è il ricorso al personale straniero: e infatti, questo viene impiegato dall'84,9% delle imprese. Una forza lavoro che rappresenta mediamente il 16% del totale. I numeri sono superiori a quelli registrati a Nordovest, dove il ricorso a personale straniero, presente nel 77,4% delle aziende, è pari mediamente all’11%. C’è però un altro lato della medaglia, che non può essere risolto solo attraverso forza lavoro straniera, spesso meno formata e qualificata per ruoli specializzati. Lo scarto tra le attese dell'impresa e quello che gli effettivi candidati riescono a garantire, è sempre più ampio. Ed è qui che l’attrazione di giovani talenti diventa cruciale.

Gli elementi attrattivi

Negli ultimi cinque anni, nel Nordest il 38% delle assunzioni ha riguardato lavoratori under 35. Di questi, solo il 63% risulta ancora presente in azienda. Tra i fattori che possono ridurre l’attrattività verso le nuove generazioni, il 41,1% delle imprese individua soprattutto la minore flessibilità lavorativa, il 38, 5% le limitate opportunità di crescita e il 35,3% la percezione di un settore poco innovativo. Ma anche la localizzazione sfavorevole delle sedi, nel dato nazionale, sembra avere un certo peso: è infatti considerata rilevante dal 31,2% delle aziende. Tutti elementi che vengono considerati ancora più importanti della retribuzione: un salario non competitivo, viene giudicato poco rilevante dal 42% delle imprese italiane.

Il potenziale inespresso

Le aziende familiari medie e medio-grandi hanno una caratteristica: tendono a essere chiuse, sia a livello di proprietà sia a livello di board. I consigli di amministrazione hanno un'età media molto alta, i giovani faticano a entrare, ci sono pochi amministratori indipendenti (solo il 28% dei componenti del cda) e quelli con esperienza internazionale sono pochi rispetto a quelli che si sono formati in Italia (il 29%).

Per quanto riguarda l’apertura del board, in realtà, il Nordest risulta più incline al cambiamento rispetto al Nordovest. Quest’ultimo, invece, è meno restio rispetto all’apertura al capitale. Nel Nordest, infatti, solo il 13,1% delle imprese valuta oggi un'apertura del capitale, contro il 17,5% del Nordovest, ma un ulteriore 47,5% è disponibile a valutarla in futuro, mentre il 39,4% la esclude. Quando viene presa in considerazione, le principali finalità riguardano la crescita dimensionale tramite acquisizioni (54,8%) e l’accesso a competenze manageriali esterne alla famiglia (39,1%), privilegiando il coinvolgimento di partner industriali (67,8%) con orizzonti di lungo periodo (64,3%).

 

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