La necessità di risposte sul futuro di Snaidero

A marzo, un aumento di capitale ha portato Friulia e Invitalia a detenere insieme circa il 64% del capitale

Andrea Tracogna

Ci sono imprese che, a un certo punto, smettono di raccontare solo sé stesse e diventano la sintesi di una storia più ampia. Il caso Snaidero è uno di questi. Lo è per il significato che assume oggi, a ridosso del cinquantesimo anniversario del 1976, quando, richiamando alla memoria le parole del vescovo di allora («prima le fabbriche, poi le case, e infine le chiese»), il Friuli torna a interrogarsi sul senso economico e civile della propria ricostruzione. Ma lo è anche perché la vicenda di Snaidero non riguarda solo un marchio storico, bensì uno dei percorsi virtuosi che hanno definito il modello del Nord Est, fondato su manifattura specializzata, distretti, visione familiare, ambizioni internazionali.

Le ultime notizie hanno dato a questa storia un rilievo ulteriore. A marzo, un aumento di capitale ha portato Friulia e Invitalia a detenere insieme circa il 64% del capitale; nello stesso passaggio, il fondo DeA Capital si è ulteriormente diluito e la famiglia Snaidero è scesa a una quota ormai simbolica. Poche settimane prima era stato attivato un contratto di solidarietà in deroga di dodici mesi per tutelare i posti di lavoro coinvolti nella riorganizzazione. Sono segnali che mostrano la volontà di dare continuità a un presidio industriale importante per il territorio, ma mostrano anche quanto la traiettoria di rilancio resti aperta.

Per capire perché il caso colpisca tanto, bisogna ricordare cosa Snaidero sia stata. Fondata nel 1946, compie il salto negli anni Sessanta, intercettando la trasformazione della cucina domestica italiana.

Neppure il terremoto del Friuli interrompe questa lunga stagione di crescita basata su manifattura di qualità, radicamento territoriale, subfornitura specializzata, guida visionaria della famiglia imprenditoriale, capacità di trasformare il prodotto in marchio e reputazione. Anche il design appartiene pienamente a questa traiettoria: la collaborazione con Pininfarina, avviata nel 1990, e prodotti come Ola raccontano bene una fase in cui il made in Italy del Nord Est esportava non solo beni, ma una precisa idea di qualità industriale.

C’è poi la dimensione internazionale, decisiva. Negli anni Ottanta, Novanta e Duemila Snaidero costruisce una presenza crescente all’estero, amplia reti commerciali, integra marchi e attività, e arriva a configurarsi come una multinazionale “tascabile” del mobile-cucina europeo. In questa traiettoria si legge bene l’idea di sviluppo che ha accompagnato il Nord Est per decenni: non solo esportare, ma costruire un capitalismo territoriale capace di estendersi oltre confine senza perdere la propria base produttiva e culturale.

Proprio per questo, le attuali difficoltà di rilancio di Snaidero sono evidenza non solo di un particolare momento storico, ma anche del logoramento di un percorso di sviluppo. Il punto non è indulgere alla nostalgia, né trasformare questa storia in un processo alla famiglia fondatrice o agli investitori intervenuti negli ultimi anni. La famiglia ha avuto un ruolo decisivo nella costruzione del vantaggio competitivo dell’impresa. E anche i passaggi successivi, dalle ristrutturazioni all’ingresso di nuovi soci finanziari, rispondevano a una logica industriale comprensibile. Ma resta il fatto che il rilancio, finora, non ha prodotto quella nuova traiettoria chiara che molti si attendevano, per ragioni diverse. I mercati sono cambiati profondamente e si è indebolita la tenuta di una crescita costruita in una fase diversa. Allo stesso tempo è cambiato il rapporto tra complessità e vantaggio competitivo. Quella che nella fase espansiva appariva come una crescita intelligente, fatta di acquisizioni, marchi, reti e geografie diverse, si è rivelata nel tempo più difficile da integrare e più onerosa da sostenere, mentre alcune scelte che avevano alimentato lo sviluppo sono diventate, con il mutare del contesto, fattori di fragilità.

Il cambio di governance, con l’ingresso maggioritario di capitale pubblico, non implica di per sé un ridimensionamento automatico delle ambizioni di Snaidero. Le dichiarazioni più recenti continuano infatti a parlare di consolidamento, investimenti, rilancio commerciale e rafforzamento del marchio. Proprio qui, però, si colloca il nodo più delicato: se le ambizioni restano, è difficile non osservare che la nuova traiettoria promessa non si è ancora manifestata con sufficiente chiarezza. Non siamo certo di fronte ad una mera operazione difensiva, ma la domanda è se questo nuovo assetto di governance riuscirà davvero a creare le condizioni per una ripartenza industriale compiuta, oppure se finirà per accompagnare, con responsabilità e rispetto per il valore sociale dell’impresa, una lunga transizione senza un vero punto di svolta o di arrivo.

Ed è qui che il caso Snaidero parla al Nordest nel suo insieme. A cinquant’anni dalla grande ricostruzione post-terremoto, la domanda non è se il territorio abbia ancora energie industriali. Le ha. La domanda è se saprà dare a quelle energie una forma nuova, all’altezza del presente. Perché se anche una storia come quella di Snaidero fatica oggi a ritrovare con chiarezza la propria strada, allora il problema non riguarda più una sola impresa, ma il modo in cui il Nord Est immagina la propria prossima ricostruzione.

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