Carron: «Per le imprese venete serve un piano europeo»

Per Paola Carron, presidente di Confindustria Veneto Est, il rilancio dell’economia veneta passa per una regia forte tra pubblico e privato e un piano industriale di medio-lungo termine. «Per richiamare i giovani, dobbiamo anche cambiare la narrazione che si fa di questo territorio»

Arianna Salvatori

 

«Energia, sostegno agli investimenti in innovazione, regole certe, meno burocrazia e nuove tecnologie». È questa la ricetta che risolleverà l’economia del Veneto secondo Paola Carron, presidente di Confindustria Veneto Est. Un punto di vista che si inserisce nel dibattito aperto nelle ultime settimane tra gli imprenditori del territorio.

La maggior parte degli intervistati sostiene che non basti più il modello della piccola impresa familiare e che servano aggregazioni. C'è anche chi però sostiene che in questo modo verrà a mancare il radicamento al territorio. Lei cosa ne pensa?

«Oggi le transizioni in atto, quella ambientale ma soprattutto quella tecnologica, richiedono forse un modello di impresa diverso. Non vogliamo stravolgere il nostro tessuto produttivo, però chiaramente servono investimenti. Quindi è ovvio che reti d'impresa, aggregazioni, crescita per M&A, ma anche una maggiore collaborazione tra aziende, territorio e filiere siano importanti. È una cosa che riprendo da quando sono stata eletta. All'epoca l'ho chiamata e definita "collaborazione intraprendente", cioè quella capacità di collaborare tra imprese, ma anche con il territorio, le istituzioni, il mondo della formazione e le università».

A proposito di fare rete, una cosa che è emersa è la presenza di un blocco culturale. Secondo lei, le imprese venete sono consapevoli di questa necessità?

«Il Veneto è un territorio di campanili. Noi stessi, come Confindustria Veneto Est, siamo l'aggregazione di quattro associazioni e stiamo dimostrando ai nostri associati che fare squadra, fare sistema e avere una massa critica più importante significa avere più rappresentanza e soprattutto fornire servizi più innovativi ai nostri associati. Di conseguenza penso che anche le nostre imprese capiscano che la competitività oggi non si costruisce restando da soli».

Un altro punto importante riguarda l'investimento in Ia, che la stessa Banca d'Italia ha detto essere un vero e proprio boost per la produttività.

«Penso che l'innovazione sia una delle grandi sfide in atto e che le imprese debbano attrezzarsi per affrontarla. I nuovi dati di Confindustria nazionale, rilevano che l'adozione dell'Ia da parte delle imprese italiane è salita dall’ 8% al 16%. È un numero importante, però ancora sotto la media europea e molto distante da Paesi come la Danimarca, dove è al 42%. Molte aziende che non hanno ancora investito imputano la mancata adozione soprattutto alla carenza di competenze interne. Quindi è chiaramente un problema culturale e formativo e su questo dobbiamo spingere e lavorare. C'è una chiara consapevolezza da parte delle aziende che serva investire nelle nuove tecnologie, ma non solo: anche nelle persone. Come Confindustria Veneto Est stiamo lavorando con le università e con gli ITS. Anche i Digital Innovation Hub e i centri di ricerca, sono fondamentali».

C’è anche chi la vede come un pericolo, soprattutto per la perdita di posti di lavoro.

«Io non penso. Piuttosto nasceranno nuovi posti di lavoro a scapito di altri, quindi servirà capire quali saranno le competenze richieste e ci sarà un cambiamento nelle richieste delle imprese. Ovviamente permetterà di svolgere alcuni lavori in modo più veloce e questo darà lo spazio per approfondire altri aspetti o lavorare su altri temi. Io non la vedo come un limite, ma come una grande opportunità da cogliere».

Oltre a questo, quali sono oggi le priorità per mantenere il territorio del Nordest competitivo?

«Serve una regia forte tra pubblico e privato, anche per accompagnare le imprese sui mercati internazionali. Quello che noi, come Confindustria, chiediamo con forza è un piano industriale di medio-lungo termine, sia a livello nazionale sia europeo. Purtroppo, anche a livello europeo, vediamo spesso un eccesso di burocrazia, regole guidate da ideologie, lentezza e decisioni che stanno mettendo in difficoltà il sistema industriale europeo. Un mercato unico dell'energia è una cosa che servirebbe quanto prima a livello europeo. Le imprese hanno bisogno di stabilità e di conoscere con certezza anche i costi dell'energia. Su questo il nostro Paese è molto indietro e le nostre imprese si trovano a essere poco competitive. Di conseguenza anche il territorio diventa meno attrattivo, perché un'azienda che vuole investire qui si trova ad affrontare costi che altrove non ci sono. L'altro grande tema è la burocrazia. Quando chiediamo la Zes unica non è per ottenere fondi o finanziamenti, ma per avere tempi certi e una burocrazia che non tolga la voglia di investire a chi vuole farlo, oltre alla certezza delle regole».

Un tema che è tornato spesso nelle interviste è quello della difficoltà nel reperire personale, dovuta anche a un calo di attrattività della manifattura nelle fasce più giovani. Quale potrebbe essere la soluzione?

«I giovani rappresentano un capitale importantissimo ed è un peccato leggere che così tanti lascino il nostro territorio. Che facciano un'esperienza all'estero è fondamentale, ma poi devono tornare, perché se perdiamo i giovani perdiamo innovazione, crescita e capacità di guardare al futuro. Secondo me è cruciale costruire un'alleanza tra imprese, scuole, università e istituzioni. Penso che sia importante anche ridurre il mismatch tra scuola e lavoro. Bisogna avvicinare i giovani alle imprese già durante gli studi e il modello Its funziona. Serve rendere il territorio più attrattivo: non dobbiamo offrire solo un buon lavoro, ma anche dare ai giovani la possibilità di trovare una casa. Anche questo è un tema: servizi, mobilità e qualità della vita sono fondamentali. Poi dobbiamo valorizzare le opportunità che le nostre imprese possono offrire. Abbiamo realtà straordinarie e forse dobbiamo imparare a comunicare meglio chi siamo, capire che i giovani hanno bisogno di vedere un percorso di crescita e essere capaci di trasmetterglielo, ma soprattutto: ascoltarli. Forse deve cambiare anche la narrazione. Non dobbiamo essere sempre così negativi. In fondo il Veneto, e il Nordest in generale, non sono territori vecchi: sono luoghi dove ci sono competenze, qualità della vita, una manifattura avanzata e grandi opportunità».

Sicuramente il tema salari non è trascurabile.

«Sicuramente. Abbiamo visto però che non è l'unico. Poi il tema dei salari è strettamente legato alla produttività, le due cose vanno di pari passo. Forse per troppo tempo si è puntato su un'economia che guardava soltanto alla riduzione dei costi. Oggi invece bisogna lavorare per un'economia a maggiore valore aggiunto e, così, anche i salari possono cambiare».

 

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