Sulla ripresa tedesca la cautela del Nord Est: «Scenario complesso»

Per i vertici delle territoriali di Confindustria il più 0,2% del Pil 2025 tedesco non è sufficiente. Restano le incertezze legate ai dazi Usa e all’avanzata della Cina specie nell’automotive

Maura Delle Case
Un’immagine dell’impianto di Salzgitter di Volkswagen
Un’immagine dell’impianto di Salzgitter di Volkswagen

La ripresa è timida, ma dopo due anni consecutivi di segno meno, il ritorno della Germania a una variazione positiva del Pil, +0,2% nel 2025, viene vista come tutt’altro che banale. Anche a Nord Est.

Se poi sia sufficiente a restituire slancio alla produzione tedesca e a cascata a quella di Paesi, come l’Italia, che in Germania hanno uno del loro principali mercati di destinazione, questo è tutt’altro interrogativo.

E la diversità delle risposte date dai presidenti delle Confindustrie nordestine alla domanda – la ripresa c’è? – altro non è che la cartina di tornasole dell’incertezza che si continua a respirare. Non solo rispetto alle dinamiche economiche della Germania, ma anche di quelle statunitensi, legate a doppio filo all’imprevedibilità delle politiche tariffarie del governo Trump, e alla concorrenza della Cina.

Per il presidente di Confindustria Alto Adriatico, Michelangelo Agrusti, il +0,2% messo a segno dal Pil tedesco l’anno passato «non basta a far parlare di ripresa, ma a dire che la discesa è conclusa e che si torna alla crescita. Non poco in un periodo in cui esiste un impazzimento della situazione geopolitica e delle relazioni commerciali».

Il ritorno alla marcia della locomotiva tedesca promette di avere positive ripercussioni, a sentire Agrusti, per l’Italia e con quella per il Nord Est. «La Germania – ricorda – è il nostro principale partner da sempre, quindi è chiaro che percepiremo questa ripartenza. Se andiamo a guardare i numeri si vede già. Per il resto si naviga a vista. Tra gli scogli».

Se l’Europa «ha mostrato segni di vitalità insperata in questo periodo, penso al debito comune per l’Ucraina e alla posizione quasi compatta sulla Groenlandia», continua Agrusti, gli Stati Uniti restano un terreno minato, «sull’orlo di una crisi politico-militare con l’Europa che – denuncia il numero uno di Confindustria Alto Adriatico – non è cosa da niente. Con la vicenda della Danimarca siamo entrati in una fase in cui gli Usa di fatto ripristinano la dottrina della sovranità limitata, tipica dei regimi dell’Est: non sei d’accordo con me? Per ora ti metto i dazi, poi non è detto che non ti porti via il primo ministro».

La relazione con la Cina, non è meno complicata per Agrusti con il colosso asiatico che si pone in una situazione di dominio, che si sta verificando a partire dall’automotive.

Settore, questo, per il quale il presidente di Confindustria Udine, Luigino Pozzo, auspica un intervento dirimente da parte delle istituzioni europee, necessario anche a spingere, ben oltre lo zero virgola, la crescita dell’economia tedesca.

Per Pozzo, l’inversione di tendenza in Germania non basta, «penso che la ripresa debba essere più strutturale. Serve che l’Europa prenda decisioni molto più importanti dal punto di vista industriale, a partire dall’automotive, trainante in Germania e a cascata in Italia. In questo momento è il settore in maggiore difficoltà. Servono decisioni che portino a un cambiamento sul Green Deal, in parte già definite, ma che devono essere molto più vicine ai problemi del sistema industriale».

Pozzo guarda invece con fiducia al mercato statunitense, condizionato dai dazi, ma comunque affamato «di prodotti ad alta specializzazione e tecnologie di alto livello. Poi c’è l’apertura del Sud America promessa dall’accordo Mercosur, altro mercato importante in termini prospettici, mentre mi aspetto meno dall’area asiatica, che inizia a diventare sempre più complicata perché sempre più autosufficiente».

Il segno più davanti alla variazione 2025 del Pil tedesco è «certamente una buona notizia» anche per il presidente di Confindustria Veneto, Raffaele Boscaini, che precisa però: «Da qui a dire che sia una ripresa vera purtroppo ne corre, sono ancora sono ancora tanti i climi di incertezza internazionale che hanno portato alla crisi non solo della Germania».

Non essendo lo scenario mutato, per Boscaini «è più probabile che le imprese tedesche, come quelle italiane, abbiano trovato soluzioni ai problemi che gli erano piovuti addosso, vedi gli scambi commerciali con gli Usa (condizionati dai dazi, ndr), trovando altri canali, altre modalità». In definitiva il presidente di Confindustria Veneto è fiducioso: «Abbiamo una forte base produttiva e tutte le intelligenze necessarie».

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