Filiera della barbabietola in crisi: «Necessario un tavolo nazionale»
Lo stabilimento di Pontelongo di Coprob Italia Zuccheri ha sospeso la lavorazione mantenendo solo il confezionamento

Un tavolo nazionale per salvare la filiera bieticolo-saccarifera. La richiesta, avanzata dalle organizzazioni agricole e sindacali, arriva dopo la decisione, «molto sofferta ma necessaria», di Coprob Italia Zuccheri di sospendere per la campagna 2026 la lavorazione della barbabietola nello stabilimento padovano di Pontelongo, mantenendo attivo solo il reparto di confezionamento.
Così tutta la trasformazione italiana sarà concentrata nell’impianto bolognese di Minerbio, riaprendo il dossier sulla tenuta della produzione nazionale di zucchero. La decisione coinvolge circa 200 addetti tra fissi e stagionali e oltre 2 mila agricoltori conferenti. Lo zuccherificio di Pontelongo, attivo dal 1910, è un presidio industriale che ha segnato la crescita economica e sociale del territorio. Con Minerbio costituisce l’ossatura dell’unica filiera 100% italiana, che copre tuttavia poco più del 12% del fabbisogno interno: il resto viene importato.
Coprob è l’unica cooperativa saccarifera italiana. Raggruppa oltre 5 mila aziende agricole conferenti e gestisce i marchi dello zucchero “100% italiano”. Il quadro produttivo è però sempre più fragile. Le superfici a barbabietola nel bacino di approvvigionamento (Veneto, Emilia Romagna, Lombardia, Marche, Umbria, Friuli Venezia Giulia e Piemonte) sono calate dai 30 mila ettari del 2024 a meno di 19 mila, in Veneto sotto i 4 mila. Il calo è legato, oltre che alla mancanza di prospettive chiare per i produttori, anche al cambiamento climatico, alla diffusione di infestanti e alla progressiva eliminazione di numerosi principi attivi per la difesa delle colture.
Il Veneto riflette la contrazione nazionale. Prima della riforma Ocm zucchero 2006 (il sistema europeo che fissava quote e prezzi) l’Italia contava oltre 250 mila ettari, 19 zuccherifici e 1,5 milioni di tonnellate prodotte. Progressivamente gli zuccherifici sono stati chiusi. Restando in Veneto, oltre a quello di Porto Viro, fermato nel 2005 con 130 dipendenti fissi e 350 stagionali, la stessa sorte è toccata alle fabbriche di Porto Tolle, Adria, Cavanella Po, Rovigo, Polesella, Arquà Polesine, Ficarolo e Lendinara.
La sospensione di Pontelongo segna lo stop dell’ultima linea di trasformazione regionale. La liberalizzazione del 2017 ha chiuso la fase delle quote Ue. In Europa gli stabilimenti passeranno da 103 a 81 entro il 2027. L’aumento delle importazioni, specialmente dal Brasile e dall’Ucraina, ha generato un surplus e compresso i prezzi con la quotazione dello zucchero greggio che è sceso da 26 dollari per libbra nel 2023 a circa 13-14 nel 2025. Le importazioni Ue in “perfezionamento attivo” hanno superato le 580 mila tonnellate. In più il negoziato Ue-Mercosur, se confermerà quote maggiori a dazio ridotto, potrebbe aumentare la pressione competitiva.
Sul fronte agricolo pesano rese in calo (da 8,5 - 9 a meno di 7,5 tonnellate di saccarosio per ettaro), eventi meteo estremi e nuove fitopatie. La riduzione dei principi attivi autorizzati aumenta costi e incertezza. Le istituzioni hanno attivato aiuti. La Regione Veneto ha stanziato 600 mila euro per la bieticoltura, con un contributo di 120-140 euro per ettaro in regime “de minimis”. A questi si aggiunge l’aiuto accoppiato nazionale, pagamento diretto legato alla coltivazione, con massimale salito da circa 724 a 1.055 euro per ettaro medio. Misure che sostengono il reddito agricolo ma non risolvono il nodo industriale della massa critica necessaria a coprire i costi fissi.
La concentrazione a Minerbio comporterà campagne più lunghe, maggiori oneri logistici e rischi legati alla raccolta autunnale. Per l’intero Veneto la partita non riguarda solo uno stabilimento, ma la sopravvivenza di una filiera agricola e industriale che in vent’anni ha perso quasi interamente la propria capacità produttiva.
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