L’effetto boomerang della tassa sul carbone preoccupa Fantoni: «L’urea va esentata»
Dal 1 gennaio l’urea è stata inserita nel Cbam, il regolamento europeo che impone una “tassa sul carbonio” alle merci importate da Paesi extra Ue. Assopannelli stima un aumento dei costi di produzione del pannello, nell’arco di quattro anni, di oltre il 10%

Un nuovo provvedimento dell’Unione europea, concepito per proteggere i produttori locali dai concorrenti extra Ue, rischia invece di avere un effetto boomerang sull’industria del mobile e del pannello, costretta a sostenere maggiori costi di produzione a detrimento della propria competitività.
Dopo aver schivato l’entrata in vigore del Regolamento Eudr sulla deforestazione, rinviata di un anno, dal primo gennaio i produttori di pannelli si sono ritrovati tra capo e collo un’altra imposizione targata Ue: l’inserimento dell’urea industriale tra i prodotti sottoposti al Cbam (Carbon Border Adjustment Mechanism), il regolamento europeo che impone una “tassa sul carbonio” alle merci importate da Paesi extra Ue. L’intento è nobile – serve a garantire che le emissioni incorporate nei prodotti importati paghino un prezzo simile a quelle prodotte internamente, incoraggiando parallelamente le industrie globali ad adottare tecnologie più pulite –, l’effetto molto meno. A pagarne in prezzo saranno infatti anche i produttori di pannelli attivi sul Vecchio Continente, visto che l’urea industriale, essenziale per la produzione della colla che è uno dei componenti primari nel processo produttivo dei pannelli, è quasi interamente importata.
A porre con forza il problema è Paolo Fantoni, presidente dell’omonimo gruppo industriale friulano e di Assopannelli. Associazione che ha stimato l’impatto del Cbam per il settore, «con un aumento dei costi di produzione dei pannelli in legno di circa il 10%/12% in quattro anni – fa sapere Fantoni – essendoci un incremento pari a 40–60 euro per tonnellata dell’urea dal primo gennaio 2026 che si ripeterà per quattro anni andando a pesare, a regime, da un minimo di 160 a 240 euro a tonnellata. Circa 126 euro, a regime, su ogni pannello truciolare che oggi costa 160 euro.
Evitarlo? Difficile per le industrie europee del pannelli, considerato che la produzione interna al Vecchio continente di questo particolare tipo di fertilizzante (spalmata tra Germania, Slovacchia e Austria) copre appena il 20% del fabbisogno. Il resto è importato dall’Egitto, che garantisce il 50% delle importazioni totali, seguito da Algeria (14%), Federazione Russa (10%) Turkmenistan (2%).

Lo stop all’applicazione del Cbam sui fertilizzanti chiesto dai produttori europei l’autunno scorso ha prodotto una prima risposta. La Commissione Ue ha infatti annunciato, il 14 gennaio, la sospensione de dazi sui fertilizzanti, «misura che però non è sufficiente» evidenzia Fantoni, in linea con la valutazione di Matti Rantanen, il direttore di Epf (la Federazione europea dei produttori di pannelli), che l’imprenditore friulano ha incontrato nei giorni scorsi a Milano proprio per affrontare il nuovo problema. «L’urea importata dalle nostre imprese proviene in larga parte da Paesi già esenti dai dazi» aggiunge Fantoni mostrando l’elenco delle tariffe doganali riferite all’urea per i vari Paesi, dai quali si può verificare che in effetti dallo scorso dicembre a gennaio quest’anno, in Egitto e Algeria e Nigeria i dazi erano zero e zero sono restati.
Dati alla mano, gli aumenti determinati dall’applicazione del Cbam non potranno dunque essere compensati dall’azzeramento dei dazi doganali. Ai produttori di pannelli non resta che chiedere alla Commissione una sospensione dell’urea dalle merci soggette al Cbam, «eventualità– ricorda Fantoni – valutata dalla stessa Commissione», possibilista in presenza di significative alterazioni di mercato, a partire dall’aumento dei prezzi, che andranno ora verificate con apposite analisi.
Una corsa contro il tempo, perché i produttori non potranno certo aspettare l’esito delle verifiche per determinare i prezzi dei propri pannelli ai clienti. La richiesta che viene dal settore, paradossalmente uno dei più sostenibili, essendo la produzione basata ormai da anni sui principi del riciclo e dell’economia circolare (in Italia il 90% dei pannelli usa legno riciclato, in Europa il 60%) è che la soluzione – leggi: l’esclusione dell’urea dall’elenco dei prodotti soggetti al Cbam – arrivi in fretta.
Pena l’ennesimo colpo alla competitività delle imprese del settore, reduci dalla frenata seguita al rimbalzo post Covid, dall’aumento dei prezzi dei materiali e dell’energia, dai dazi americani e da una concorrenza che arriva dall’estero inondando il mercato europeo di mobili a bassissimo prezzo, che per altro contengono urea ma sono esclusi dal Cbam che si applica solo a semilavorati e materie prime.
Al netto di questo campo minato, il gruppo di Osoppo ha chiuso il 2025 in crescita, a 392 milioni, +4,5% circa sull’anno precedente, confermando l’Ebitda margin a circa il 15%. Cbam a parte, il 2026 è iniziato bene e Fantoni guarda all’anno con positività: «L’Europa tutto sommato mostra stime di crescita e l’effetto shock dei dazi americani sembra essere riassorbito, il timore che quel mercato venisse meno mi pare di poter dire che è superato».
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