Acciaio, ciclone dazi Usa sulle imprese del Nord Est: «Con le nuove regole a rischio i nostri ordini»
Le nuove tariffe volute da Donald Trump colpiscono anche i prodotti finiti. In pericolo oltre 3 miliardi di export e la tenuta delle filiere manifatturiere

A Nord Est il ciclone dei dazi di Donald Trump rischia di avere un peso abnorme. Le nuove misure introdotte dalla Casa Bianca, entrate in vigore il 6 aprile, segnano un passaggio decisivo nella politica commerciale americana e colpiscono non solo le materie prime tradizionalmente al centro delle tensioni transatlantiche – acciaio e alluminio – ma anche i prodotti finiti che contengono una quota significativa di metallo.
È una novità che cambia il terreno di gioco per molte filiere industriali italiane, soprattutto in un territorio come quello del Nord Est, dove la manifattura metalmeccanica rappresenta uno dei motori principali dell’export.
Secondo le prime stime, l’impatto potenziale riguarda in particolare i settori dei prodotti in metallo e dei macchinari, che solo nelle tre regioni del Nord Est esportano negli Stati Uniti beni per oltre 3 miliardi di euro. Il problema non è solo l’aumento delle aliquote doganali, ma l’estensione del perimetro dei prodotti coinvolti.

Il nuovo assetto nasce dalla revisione della Section 232 del Trade Expansion Act del 1962, lo strumento giuridico che consente al presidente degli Stati Uniti di limitare le importazioni considerate una minaccia per la sicurezza nazionale. Negli ultimi due anni l’amministrazione americana ha progressivamente smantellato il sistema di eccezioni che nel tempo aveva attenuato l’impatto dei dazi.
Nel febbraio del 2025 sono state cancellate centinaia di esenzioni specifiche per prodotto e per paese.
A giugno dello stesso anno il dazio base su acciaio e alluminio è stato portato dal 25 al 50 per cento per molte categorie di semilavorati. Il passaggio più recente è arrivato con il proclama presidenziale del 2 aprile 2026, entrato in vigore quattro giorni dopo, che ridefinisce in modo strutturale il calcolo dei dazi sui prodotti contenenti metalli.
Il nuovo schema prevede un’imposta del 50 per cento per gli articoli realizzati quasi interamente in acciaio, alluminio o rame, come bobine e lamiere.
I prodotti derivati con una presenza sostanziale di metallo pagano invece il 25 per cento sul valore totale.
Alcune categorie di macchinari industriali e attrezzature per la rete elettrica beneficiano di un trattamento temporaneamente più favorevole, con un dazio ridotto al 15 per cento almeno fino al 2027. Al di sotto di questa soglia, invece, il prodotto esce dal perimetro della normativa. È un sistema complesso, che lascia ampi margini di interpretazione.
Per molte aziende del Nord Est la questione è tutt’altro che teorica. Lo dice chiaramente Alessandro Banzato, presidente di Acciaierie Venete, «Per quanto riguarda la siderurgia italiana i nuovi parametri si “abbattono” su un livello di esportazione negli Stati Uniti che è di circa 200 mila tonnellate all’anno, ovvero meno dell’1% della produzione annuale di acciaio in Italia. Per noi siderurgici l’effetto diretto del Proclama del 2 aprile, quindi, è sicuramente marginale».
«Il problema vero, tuttavia, -spiega - è l’introduzione di dazi sui prodotti derivati dal nostro acciaio, come ad esempio le macchine utensili.
Qui le conseguenze potrebbero essere veramente molto pesanti. Sicuramente verranno duramente penalizzati alcuni dei nostri clienti e questo vuole dire che potremmo subire una seria diminuzione della domanda».
Il 2026, riflette Banzato, «era iniziato finalmente con timidi segnali di ripresa dopo due anni molto difficili. Certo è che le nuove guerre e turbolenze internazionali, alle quali si aggiungono questi nuovi dazi, possono riportarci di in una congiuntura segnata dalla stagnazione, se non alla recessione vera e propria».
Alessandro Brussi, presidente di Danieli, ricorda che il nuovo decreto americano si va ad aggiungere a dazi che già erano applicati da febbraio e sui quali è necessari comprenderne l’impatto.
«Dobbiamo ancora capire con precisione come si applicheranno ai nostri prodotti ma a una prima lettura sembrerebbe esserci un trattamento ridotto. Per gli altri settori la situazione resta da valutare caso per caso».
Il problema non riguarda tuttavia solo l’aumento dei costi doganali, ma anche la modifica degli equilibri competitivi sul mercato americano. Luigino Pozzo, presidente di Pmp Industries e di Confindustria Udine, sottolinea come l’inasprimento delle tariffe stia riducendo il differenziale competitivo che finora aveva favorito le imprese europee rispetto ai concorrenti asiatici. «Con queste nuove regole si assottiglia il differenziale sulla componentistica che avevamo con la Cina, che prima era nell’ordine del 25 per cento.
Ora aumentando i dazi sia per loro sia per noi quel vantaggio resta, ma pesa di meno. Il cliente americano, che prima era indotto per convenienza a comprare in Europa, potrebbe decidere di rivolgersi ai fornitori cinesi».
Nel caso specifico di Pmp, le trasmissioni prodotte dal gruppo friulano dovrebbero rientrare nella categoria dei beni soggetti a un dazio del 25 per cento, ridotto al 15 per cento grazie al limitato contenuto di acciaio e alluminio e all’elevata componente tecnologica. «In teoria per noi non dovrebbe cambiare molto», spiega Pozzo, ma resta la preoccupazione per gli effetti indiretti sulla domanda e sulla concorrenza internazionale.
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