Basta lodare la resilienza, ora serve creare valore

L’analisi: «Il tema oggi non è se il sistema resiste, ma quanta ricchezza riesce ancora a produrre»

Giulio Buciuni

Da anni il dibattito sull’economia del Nord Est insiste su un concetto ormai ricorrente, quello della resilienza della manifattura. Si guarda alla capacità di tenuta, alla possibilità di attraversare anche fasi difficili senza perdere la propria struttura produttiva.

Ma è una chiave di lettura che rischia di essere fuorviante, perché sposta l’attenzione nel punto sbagliato. Il tema oggi non è se il sistema resiste, ma quanta ricchezza riesce ancora a produrre.

La manifattura resta lo scheletro produttivo del Paese e proprio per questo va guardata con maggiore profondità analitica. Sappiamo che l’impianto classico su cui si è costruito il modello italiano, fatto di Pmi diffuse, distretti e specializzazione produttiva, ha raggiunto un livello di maturità avanzato, che in diversi casi si traduce in stagnazione o vero e proprio ridimensionamento. Il punto allora non è aprire un dibattito sterile tra manifattura sì o manifattura no. La manifattura che incorpora valore aggiunto, tecnologia e innovazione resta un asset strategico per il Paese, non solo sul piano economico ma anche su quello industriale, tecnologico e della sicurezza nazionale. La vera questione è un’altra, è distinguere tra manifattura che resiste e manifattura che genera valore.

In questo senso, lo studio di Nomisma “Controvento” offre un contributo prezioso perché rende finalmente visibile, con i dati, una differenza che da tempo percepiamo sul piano empirico.

Lo studio identifica un gruppo di imprese ad alte performance, le cosiddette imprese Controvento. Si tratta di una minoranza, circa il 7,4% del totale, che però concentra il 10% dei ricavi, il 16% del valore aggiunto e quasi il 25% dell’Ebitda della manifattura italiana. Ancora più eloquenti i dati sulla qualità economica di queste imprese. Nel 2024 il loro Ebitda medio arriva al 25%, contro l’8% delle altre imprese manifatturiere, mentre la produttività per addetto è quasi doppia. Non stiamo quindi parlando semplicemente di imprese che esportano o che resistono. Parliamo di imprese che generano più valore, più margini e quindi più ricchezza.

Quello che emerge è una fotografia che conoscevamo in modo aneddotico ma che qui trova una conferma quantitativa netta. Il sistema manifatturiero non è più un blocco omogeneo, ma è attraversato da una frattura evidente. Da un lato un gruppo ristretto di imprese performanti, capaci di presidiare le fasce alte della catena del valore; dall’altro, una platea molto più ampia di imprese che fatica a tenere il passo, esposta alla competizione di prezzo e alla compressione dei margini.

Il Nord Est riflette pienamente questa dinamica, in modo meno rassicurante di quanto si racconti. Il Veneto continua a generare un nucleo importante di imprese ad alte performance, ma senza riuscire ad allargare questa frontiera al resto del sistema. Il Trentino Alto Adige esprime qualità, ma su scala limitata. Il Friuli Venezia Giulia resta indietro nella capacità di produrre imprese Controvento, pur mantenendo una buona apertura internazionale. Ciò che emerge è una caratteristica comune. Anche nel Nord Est, la capacità di generare valore non è distribuita in modo omogeneo, ma tende concentrarsi in un gruppo ristretto di imprese, mentre una parte ampia del sistema resta esposta a una progressiva compressione dei margini.

È questa la frattura che conta davvero, ed è da qui che discendono le implicazioni più rilevanti per il futuro, a partire da un tema che continua a rimanere irrisolto, quello dei salari. È proprio lungo questa linea di frattura, infatti, che si gioca la dinamica dei redditi. I salari non crescono per decreto, crescono quando le imprese sono in grado di generare valore aggiunto e margini da distribuire. Se una parte troppo ampia del sistema resta intrappolata in segmenti a basso valore, la conseguenza è inevitabile: stagnazione dei redditi, difficoltà ad attrarre capitale umano qualificato, perdita di dinamismo territoriale.

È qui che si colloca la vera agenda strategica. Non difendere indistintamente la manifattura, ma capire come allargare la base delle imprese nella fascia alta. Significa almeno tre cose. Integrare la manifattura nei nuovi cicli tecnologici, che non coincidono solo con l’AI ma includono dati, software, automazione, life sciences e nuovi materiali. Capire come presidiare funzioni ad alto valore aggiunto. Favorire la nascita di imprese a partire dalle competenze industriali esistenti.

Tutto questo non accade automaticamente e non può essere affidato solo alle politiche industriali, che pure servono. Passa prima di tutto da una rinnovata cultura imprenditoriale. Una cultura che non veda la manifattura come un baluardo da proteggere nella forma più tradizionale, ma come una piattaforma su cui integrare nuove tecnologie, nuovi modelli di business e nuove imprese. Il Nord Est parte da una base di imprese leader che altri territori non hanno. È da loro che bisogna partire. Studiarle, analizzarle, coinvolgerle. Se per anni hanno guidato le filiere produttive, oggi devono contribuire a guidare anche la prossima fase dello sviluppo economico del Nord Est.

Riproduzione riservata © il Nord Est