Ascopiave nel guado scontro sulle cariche dell’ad Cecconato

La politica mette nel mirino l’autonomia del manager, ma la holding possiede solo il 52% della società quotata

Andrea Passerini
Il quartier generale di Ascopiave
Il quartier generale di Ascopiave

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«È una proposta di modifica dello statuto con l’obiettivo di riportare a quello che è l’alveo naturale dell’Assemblea, come peraltro previsto da Codice Civile, alcune materie e in passato oggetto di delega al CdA». Così parlò Ascoholding, casa madre di Ascopiave, il giorno dopo la collisione fra controllante e controllata. Nessun accenno a Nicola Cecconato, e ai suoi tre incarichi – presidente, ad e dg – ma solo un richiamo al codice civile e alla volontà della Holding di riprendersi materie, deleghe spostate di recente alla controllata.

È qui il cuore dello scontro: la controllata ha rilevato come la governance della quotata si sarebbe trasformata in un’autonomia di fatto. E Cecconato in un plenipotenziario. Con compensi – 1 milione l’anno e più – da tempo nel mirino della Lega, ma anche di Forza Italia e FdI. «Emolumenti normali per società quotate in Borsa», è sempre stata la linea di Cecconato e cda. Il presidente ha sempre invocato deleghe e prerogative per far fronte, con efficienza, ad un mercato sempre più complesso. E l’assetto è comune ad altre quotate del segmento.

Ma le insofferenze, nel centrodestra, sono aumentate. Parte della Lega - l’ala vicino al segretario provinciale Dimitri Coin, e non da ora, era insofferente e voleva una svolta. Ma anche Forza Italia (il coordinatore Chies, sindaco di Conegliano è primo azionista del territorio) e pure FdI auspicavano un intervento. Ed è nato il blitz della casa madre, azionista di maggioranza della quotata: ne ha il 52%, e in virtù del restante 48% non può comportarsi come se Ascopiave fosse una vecchia municipalizzata.

A Pieve di Soligo, nella Holding guidata da Graziano Panighel, ex sindaco leghista di Motta di Livenza, come tra i sindaci soci, nessuno parla. Dietro le quinte, gli sfoghi: «Non fa bene un uomo solo al comando», dice un primo cittadino non leghista, «serve più condivisione». «Scorporare i ruoli è buonsenso, come ai tempi di Zugno & Cecconato: compensi minori e ottimi risultati, fino a 0,18 euro di dividendi», sospira un big leghista.

Nostalgia? La holding vorrebbe tre figure diverse – presidente, ad e dg (oggi Cecconato) in un gioco di pesi e contrappesi. E c’è chi dice che anche la macchina abbia manifestato malesseri, segnalati alla casa madre. La convergenza dei fattori - potere concentrato, compensi e forse una parte dell’apparato – ha portato alla richiesta di modifiche statutarie? Anche la gara della sede di Padova (18 milioni) non è estranea: la scelta è uno dei cinque punti sui cui la holding chiede di decidere in assemblea.

Lingua batte dove il dente (dei sindaci, e non solo) duole? Certo il nodo del controllo ha marchiato la storia recente di una società nata dai comuni, nell’alveo della politica (il consorzio Bim fu fondato nel 1956 dall’allora senatore Fabbri). Tre lustri fa, il doppio ruolo di Gildo Salton, a capo di controllante e quotata (e diktat di Consob). Poi la riforma Madia e la guerra legale dei privati di Plavisgas (Malvestio, Marchetto & co) contestando il controllo pubblico – 78 comuni ma microquote dal 4% in giù – finché il Consiglio di Stato impose ai comuni un organo di controllo della parte pubblica.

Partita strategica, tanto più che Holding e Ascopiave sono l’ultima cassaforte (e bancomat) pubblica nella Marca. Dall’insediamento, Cecconato ha prima ceduto il retail, per poi varare un piano di investimenti: le gare per le reti di distribuzione del gas, scontrandosi però con concorrenza di Italgas, ora , con decisione, la partita delle rinnovabili.

AscoHolding voleva chiedergli di scegliere un ruolo solo, la tempesta forse prelude alla separazione. Sintomatico che qualche sindaco abbia chiesto lumi sulle clausole del divorzio: due annualità.

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