Ascoholding, si allarga il fronte dei sindaci: «Serve l’assemblea»
La richiesta è arrivata anche da diversi primi cittadini della Lega riuniti ieri sera a Treviso. Flavio Tosi: «Con una governance indebolita Ascopiave diventerebbe una facile preda»

Lo scontro sulla governance di Ascopiave si allarga e continua a produrre effetti sia sul piano politico sia su quello finanziario. Ieri sera al K3, quartier generale trevigiano della Lega, nel corso di un incontro convocato dal segretario provinciale Dimitri Coin anche diversi sindaci del Carroccio hanno chiesto un passaggio formale in assemblea di Asco Holding prima del rinnovo del cda di Ascopiave, gruppo considerato uno degli asset strategici del territorio.
In borsa persi 900 milioni
La richiesta dei sindaci soci di Asco Holding - che controlla il 52% di Ascopiave - è netta e si appoggia anche su un parere pro veritate che sta circolando nelle chat dei primi cittadini. «Le proposte di modifica dello Statuto di Ascopiave elaborate dal CdA di Asco Holding», si legge nel documento, «avevano natura strategica e di indirizzo generale e rientravano nell’ambito dell’articolo 20 dello Statuto di Asco Holding». Per questo ora i sindaci chiedono di convocare un’assemblea ordinaria e/o straordinaria dei soci della holding per condividere un atto di indirizzo sulle proposte di nomina dei componenti del nuovo cda di Ascopiave prima del deposito della lista, fissato al 30 marzo. Un passaggio che gli amministratori locali ritengono necessario per riportare la discussione nella sede propria dei soci. La frattura nasce dal confronto ormai apertissimo tra la holding presieduta da Graziano Panighel e Nicola Cecconato, presidente, Ad e Dg di Ascopiave. Al centro dello scontro c’è la volontà di ridisegnare gli equilibri al vertice della società, ridimensionando quella concentrazione di poteri che a una parte dei soci e della politica non appare più sostenibile. Un progetto poi congelato, ma che nel frattempo ha avuto conseguenze immediate a Piazza Affari dove il titolo Ascopiave ha perso in pochi giorni l’,8,3%, bruciando oltre 900 milioni di capitalizzazione . Il gruppo, del resto, è considerato l’ultima grande cassaforte pubblica della Marca e ogni scossone è letto anche come una minaccia diretta al patrimonio dei cittadini.
«Il territorio rischia di pagare»
Ma nelle ultime ore il cuore del confronto si è spostato sempre più sul rischio industriale e strategico aperto da una governance percepita come indebolita. In questo senso si inserisce l’allarme lanciato da Flavio Tosi, europarlamentare e segretario regionale di Forza Italia. «Una società con una guida fragile, esposta a contrasti interni e segnata da tensioni tra holding e management», è il suo ragionamento, «può diventare più facilmente appetibile per i grandi player del mercato». È questo ora il punto politico ed economico più delicato della partita. Perché il problema non è soltanto la perdita di valore registrata in Borsa nell’immediato, ma la possibilità che una Ascopiave resa più vulnerabile da uno scontro tutto interno finisca con il trasformarsi in una preda. «Se il controllo pubblico perde compattezza, se la catena di comando appare incerta, se il mercato registra instabilità e conflitto», aggiunge, «allora chi dispone di maggiori risorse finanziarie e di una strategia di consolidamento potrebbe guardare alla società con interesse crescente. In questo scenario, a pagare il prezzo più alto sarebbe il territorio che perderebbe il controllo di un’infrastruttura economica rilevante per la Marca e più in generale per il Nord Est».
La mediazione
In parallelo continua il lavoro dei mediatori per cercare una via d’uscita. La proposta che ha preso forma nelle ultime ore prevede il mantenimento di Cecconato alla guida tecnica della società come direttore generale, affiancato però da un presidente e amministratore delegato che ceda alcune deleghe anche di rilievo al dg. E attorno ai nomi per il vertice, le quotazioni si muovono e crescono quelle di Gianni Zoppas, anche lui nel cda della holding. A rendere ancora più delicato il quadro ci sono le indiscrezioni su una possibile cessione del portafoglio rinnovabili, che include 27 impianti idroelettrici situati nel Nord Italia e 2 impianti eolici, nel Sud del Paese. Un tema che, se venisse confermato, verrebbe quasi certamente affrontato dopo il rinnovo dei vertici.
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