L’allarme della filiera del mobile: «Le aziende devono aggregarsi, soltanto poche possono farcela»

L’incontro in Confindustria Alto Adriatico: «Dall’Asia concorrenza sleale»

Martina Tomat

 

L’aggregazione tra imprese non è solo un’opportunità, sta diventando già una necessità impellente. Aggregazione non è un fronzolo ma una responsabilità «verso il territorio, verso i dipendenti, le banche, i fornitori e i clienti». Esprimendo questo concetto, Jacopo Galli, presidente della filiera legno, ha dato il la all’incontro “Insieme per competere”, ieri a Pordenone nella sede di Confindustria Alto Adriatico.

Galli ha portato anche un paragone sportivo: «Nel basket durante la settimana c’è guerra tra pari ruolo, nel giorno della partita invece chi sta in panchina applaude chi scende in campo». Una metafora che fa capire come tra compagni di squadra ci si possa spronare a tirare fuori il meglio e, soprattutto, l’inutilità della gelosia, tema ricorrente, perché non è congeniale non condividere le conoscenze: «E faccio fatica a pensare ad aziende nel nostro territorio che potranno farcela da sole, nel prossimo futuro, sono forse quattro o cinque». Galli, nel 2013, aveva messo a punto un tentativo di reti contratto tra impresa non diventato strutturato perché «eravamo aziende in difficoltà e non cercavamo un trampolino».

E proprio questo aspetto è stato enfatizzato perché l’aggregazione come spiegato da Marco Signori, direttore generale di Friulia deve «aumentare il valore, è con lo sviluppo che un’azienda si radica sul territorio». Inoltre l’aggregazione, ha detto Galli, deve «annacquare e distribuire i costi da fronteggiare, quelli non di investimento». Quindi certificazioni e tasse richieste dall’Europa che tolgono competitività rispetto alla Cina in primis: «Lo Stato lì crea booster e sono rimasto colpito dalle infrastrutture», ha concluso Galli. «Ho visto una fabbrica di elettrodomestici grande cinque chilometri in Cina», ha confermato Michelangelo Agrusti, presidente di Confindustria Alto Adriatico. «Ci confrontiamo con dei colossi che mirano a invadere il mercato più arrendevole che è l’Europa. Soffriremo la concorrenza sleale dell’Oriente, Thailandia e Vietnam compresi».

Ma Agrusti non ha mostrato ammirazione per il mercato cinese: «Non è una favola, è schiavitù». Il suo racconto si è focalizzato sull’azienda chiamata «fabbrica dei suicidi, la Foxconn» e sui suoi dipendenti che erano costretti a vivere in loculi all’interno dell’azienda per essere più produttivi. «Un tecnico è venuto in Italia, ha pianto: mi ha detto che gli mancavano i genitori. L’ho portato con me a una sagra per farlo svagare: mi ha fatto leggere una lettera dell’azienda, c’era scritto che nel caso di suicidio la famiglia sarebbe stata spedita a 4.000 chilometri di distanza», ha raccontato. Ben venga l’umanità che ancora aleggia dalle nostre parti quindi. Non molto i regolamenti, invece, «che andrebbero bene se fossero universali».

«Avverto la gravità della situazione, sono d’accordo con valorizzazione del brand e fusioni intelligenti, credo sia il momento di reagire, ma esigendo che governo e Regioni facciano il loro». Edi Snaidero, presidente del cluster legno arredo casa e di Efic ha fatto capire come il progetto di aggregazione potrebbe prendere forma: prendendo per mano le aziende e «non perdendo il controllo dell’impresa, ma trovando insieme il modo per diventare più efficienti, più capaci sul mercato e più competitive, con regole chiare, preservando identità, storia e proprietà».

E anche collaborare col Veneto non guasterebbe. Ecco perché al confronto era presente Mirko Longo, presidente del gruppo legno e arredamento di Confindustria Veneto Est, realtà che raggruppa circa 300 aziende e quasi 14 mila dipendenti: «Dalla visione deve scaturire un progetto e dal progetto un lavoro con una definizione chiara di chi deve fare cosa». È d’accordo Pierluigi Zamò, presidente di confindustria Fvg, che aggiunge l’importanza di agire il prima possibile. E sprona: «A ottobre dobbiamo comunicare come procedere, dare strumenti», sottolineando poi l’importanza di Friulia: «In Veneto non ce l’hanno, la vogliamo usare oppure no?». All’incontro c’erano imprenditori appartenenti ad altre filiere come navalmeccanica, plastica, chimica, estrattiva e agroalimentare. Settori diversi ma uniti dalle stesse preoccupazioni.

 

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