Wall Street scuote le Borse: colpiti i listini del Nordest

Generali limita i danni, arretrano Fincantieri, De’ Longhi ed EssilorLuxottica

Luigi Dell'Olio

La tendenza ribassista che, da Wall Street si è propagata su tutti i listini globali, ha colpito solo in parte i titoli nordestini quotati. Merito soprattutto della natura difensiva dei business aziendali, a fronte di vendite che hanno colpito in primis le aziende più legate al potenziale dell’intelligenza artificiale che tanto avevano corso negli ultimi due anni.

Emblematico il caso di Generali, con il titolo che ha ceduto solo poco più di un punto percentuale, a conferma della natura tipicamente difensiva del business assicurativo, oltre che per la forza di una capitalizzazione che supera i 63 miliardi di euro e consente al colosso assicurativo triestino di affrontare con maggiore forza i venti contrari.

Per altro, come si è già visto spesso in passato, nei momenti di panico ed elevata volatilità sui titoli tecnologici, i grandi fondi d'investimento internazionali si rifugiano su aziende ad alta visibilità di cassa, in cui la crescita non è una prospettiva, ma una realtà consolidata. Non molto diversa la situazione della controllata Banca Generali, in calo di meno di due punti, complice la corsa dell’inflazione che favorisce la raccolta dei consulenti finanziari. Il mercato premia, poi, la stabilità delle commissioni e la capacità di raccogliere capitale anche quando le borse arretrano. Un ragionamento, quest’ultimo, che spiega la tenuta di Banca Mediolanum, con sede in Lombardia, ma con radici e forte presenza a Nordest.

Peggio sono andate le cose a EssilorLuxottica, in calo di quasi quattro punti, quasi tutti lasciati sul campo ieri. Alla natura del business, sempre più esposto sul fronte tecnologico come dimostra l’accordo con Meta, si è aggiunto il report di Deutsche Bank, con gli analisti della banca tedesca che affermano di aspettarsi utili trimestrali piatti e significativi venti contrari legati ai tassi di cambio. Non molto meglio è andata a Safilo, in contrazione di tre punti, in linea con i competitori internazionali. Dinamica più complessa per i colossi industriali. Fincantieri flette del 6% circa, pagando anche un assestamento tecnico dopo la spinta della scorsa settimana dovuta al buyback. Anche se i report degli analisti continuano a vedere il bicchiere mezzo pieno grazie alla visibilità di un portafoglio ordini imponente sia nel cruise, che nella difesa, settore quest'ultimo che la geopolitica blinda da dinamiche recessive e che promette nuovi mandati nei mesi a venire.

Nel comparto ingegneristico e siderurgico, Danieli accusa prese di beneficio per oltre due punti e mezzo, ma l’azienda di Buttrio guarda al mercato forte di un rialzo da inizio anno vicino al 50%, trainato da maxicommesse globali e dalla transizione verso la siderurgia green, nonché dalle normative comunitarie per difendere la produzione di acciaio made in Ue. Restando in ambito industriale, spicca il ritracciamento di De’ Longhi. Il leader degli elettrodomestici cede oltre il 4% a causa di prese di profitto scattate dopo la corsa della prima metà del mese. Si è difesa meglio Icop, in contrazione di un solo punto, con il mercato che continua a guardare con favore alla solidità del portafoglio ordini dell’azienda friulana.

Nel settore della salute e del packaging medicale ad alta tecnologia, Stevanato (quotata a New York) si allinea al clima di prudenza del comparto healthcare, mostrando scambi guardinghi e una leggera flessione speculare all'andamento dei mercati statunitensi. Per il resto, da segnalare la crescita frazionale di Ascopiave, grazie soprattutto all’andamento anticiclico del comparto utility, e la tenuta di Ovs, azienda di moda focalizzata in una fascia di prezzo accessibile, che in questa fase raccoglie più consensi rispetto ai titoli del lusso. Poco mosse anche le small cap, che pure in passato si erano mostrate più volatili nelle fasi di turbolenza. Le prossime sedute diranno se si tratta di un vero e proprio trend di mercato o se, piuttosto, funge da cuscinetto il fatto di quotare su multipli (valori di Borsa rispetto agli utili attesi) più contenuti.

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