Messina rassicura: «Generali sarà indipendente, non mi interessa fare liste»

Il Ceo di Intesa Sanpaolo dice di non puntare a prendere il comando del cda di Generali e di non volersi porre in contrasto con gli altri soci, a iniziare da UniCredit. Per evitare contromosse come nel 2017, Intesa rileva però una quota del 3 percento

Roberta Paolini

«Si può sbagliare una volta ma non due». Parola di Carlo Messina, ceo di Intesa Sanpaolo, invocato sin da principio nel risiko bancario italiano ed ora entrato con il passo del titano, non certo in punta di fioretto. L’Opas di Ca’ de Sass su Mps ha un bersaglio dichiarato a Siena e un obiettivo strategico sull’asse Milano-Trieste. Perché dietro l’offerta sul Monte si muove la partita molto più ampia: Mediobanca nella sua parte nobile e dunque anche il controllo degli equilibri di Generali, il principale gruppo finanziario italiano di matrice globale.

La chiave è come sempre Piazzetta Cuccia, che custodisce il 13,19% del Leone. È quel pacchetto, più ancora della rete senese, (che infatti per motivi antitrust sin dall’origine dell’operazione finirà per metà sotto il cappello di Unipol-Bper) a dare all’operazione un significato di sistema. Non una semplice aggregazione bancaria - lo sa Messina e con lui tutto il mercato - ma il possibile trasferimento del baricentro di Generali da Mediobanca-Mps a Intesa Sanpaolo.

Il ceo di Ca’ de Sass nel presentare l’operazione ha provato subito a rassicurare il mercato: «Io non ho un atteggiamento negativo nei confronti di Generali e nemmeno di UniCredit, il cui amministratore delegato (Andrea Orcel, ndr) è un mio amico». Poi ha aggiunto: «A me quello che interessa è l’utile netto di Generali e che questo cresca. Se l’utile netto cresce con partnership con UniCredit allora ben venga. A me interessa che l’azienda generi utile, non mi interessa fare liste per il consiglio di amministrazione».

Sono parole di distensione, ma anche di delimitazione del campo. Messina dice al mercato che Intesa non vuole scalare Generali, non vuole aprire una guerra di governance e non intende sostituirsi a Mediobanca nel ruolo di regista. Ma il punto è proprio questo, non esiste un’operazione neutrale rispetto a Trieste, perché il Leone è patrimonio del Paese: 900 miliardi di riserve tecniche degli assicurati e 40 miliardi di Btp in portafoglio.

Il precedente, poi, pesa. Nel 2017 Intesa aveva provato ad avvicinarsi al Leone, annunciando un’operazione che doveva portare a una combinazione tra banca e assicurazione. Non ebbe successo. Quando oggi Messina dice che «si può sbagliare una volta ma non due», il riferimento è a quella stagione: alla consapevolezza che su Generali non si può muovere un passo senza preparare il terreno.

Da qui la scelta di una strada indiretta. Il risultato finale, però, è che Intesa si ritroverebbe primo azionista della compagnia. È una architettura finanziaria meno esposta di una scalata frontale, ma il cuore della partita resta lo stesso. Intesa ha acquistato direttamente una quota del capitale di Generali, coprendolo integralmente con derivati. «Non abbiamo bisogno di avere il 3% di Generali per applicare il Danish Compromise che secondo noi verrà applicato comunque», ha detto. E ha precisato che è «molto meglio avere un 3% interamente coperto da derivati e senza impatti sul capitale e i valori economici». I derivati, ha aggiunto, «saranno chiusi alla fine dell’operazione».

La costruzione serve a tenere insieme due esigenze opposte: rafforzare il presidio sul Leone e, nello stesso tempo, sterilizzare l’idea di una scalata. Ca’ de Sass vuole mostrare di essere un azionista stabile, rassicurare il governo, l’authority Ivass, la Bce e il mercato sul fatto che il Leone resterebbe autonomo. Ma, al tempo stesso, si prepara a diventare l’interlocutore determinante nel capitale della compagnia. È qui che si apre la vera partita sul riassetto dell’azionariato.

Per anni Generali è stata il terreno dello scontro tra Mediobanca, da un lato, e il fronte formato da Delfin e da Francesco Gaetano Caltagirone dall’altro. La prima difendeva la continuità della governance e del management. I secondi contestavano il peso di Piazzetta Cuccia e chiedevano una compagnia più autonoma, più aggressiva sul fronte industriale e meno condizionata dalla banca d’affari milanese.

Con l’arrivo di Intesa, quel conflitto cambierebbe natura. Delfin e Caltagirone potrebbero leggere la mossa come l’arrivo di un nuovo centro di gravità più forte, più patrimonializzato e più sistemico di Piazzetta Cuccia. In questo spazio UniCredit difficilmente starà ferma, nonostante la campagna tedesca su Commerz ancora da chiudere. Orcel è già salito nel capitale di Generali, ha circa il 9%, e potrebbe non restare spettatore. La strada più naturale sarebbe il rafforzamento dell’asse con Delfin e Caltagirone, in tutto detengono rispettivamente il 17,5% e il 10,2% Mps. E Orcel potrebbe passare di nuovo da Siena per provare a raggiungere Trieste.

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