Poste Italiane con Tim il campione nazionale per cloud sovrano e AI
La tentazione di parlare di rinazionalizzazione e di ritorno al passato è molto forte Eppure l’operazione non guarda indietro, non è un salvataggio ed è rivolta al futuro

Tredicimila uffici postali in Italia: una presenza capillare sul territorio che è seconda solo a quella delle parrocchie. Molto di più delle stazioni di Carabinieri. Ma mettere assieme Poste e Tim va molto oltre le sinergie di una rete di vendita. Perché Poste oggi non è più solo quello. Certo, con Tim, ossia l’ex monopolista Telecom Italia, che va a fondersi con Poste, controllata dallo Stato per oltre il 60%, la tentazione di parlare di rinazionalizzazione e di ritorno al passato precedente la stagione delle privatizzazioni, è molto forte. Eppure questa operazione non guarda indietro. E tanto meno è un salvataggio, aggettivo spesso usato in passato, e a ragione, per descrivere il ritorno di asset industriali sotto il cappello dello Stato imprenditore. Questa operazione, in effetti, è stata pensata e avviata guardando invece avanti.
L’ad Tim di Pietro Labriola sta procedendo con sicurezza sulla via che sta trasformando il gruppo da operatore telefonico a società che fornisce e struttura servizi di connessione digitale avanzata: non solo cavi e bollette (tanto più che i cavi ora li affitta da Fibercop e Open Fiber) ma cloud, datacenter, cybersicurezza. Lo dicono di dati di bilancio, dove i ricavi dagli utenti privati, le bollette appunto, sono in calo e sono scesi a 5,5 miliardi 2025, mentre Enterprise, la divisione dei servizi per le imprese e il mondo business sono saliti del 7% e sono arrivati a 3,5 miliardi: il sorpasso del B2B sul B2C è quindi in vista.
Dall’altro lato le Poste dell’ad Matteo Del Fante non sono più (non solo) la rete di 13 mila uffici postali. Quel brand non è più sinonimo di file, timbri, lettere e raccomandate: è una potenza economica da oltre 14 miliardi di ricavi. Miliardi che oggi vengono soprattutto dalla finanza (Bancoposta e assicurazioni) e dalla rivendita di servizi agli utenti: energia, gas, polizze e anche telefonia mobile. Gli asset finanziari di Poste parlano di 46 milioni di clienti, tra i quali sono 36 milioni quelli finanziari che movimentano 95 miliardi di euro di controvalore di transazioni. Su questa base si innesta poi il settore dei sistemi di pagamento con PostePay, specializzata nello sviluppo e nella gestione dei pagamenti mobili e digitali, e che è leader nei sistemi di pagamento con circa 30 milioni di carte emesse. Di fatto PostePay è stato un soggetto chiave nella diffusione dei sistemi di pagamento digitale in Italia. Facendo leva sulla credibilità e l’affidabilità del marchio Poste.
Che significa mettere assieme tutto questo? «Significa prima di tutto un’operazione con un grande senso industriale – spiega Marc Vos, core member della practice Technology, Media & Tlc del Boston Consulting Group – Un’operazione che ha senso finanziario, visto che 700 milioni di sinergie annue ripagherebbero velocemente i 10 miliardi investiti da Poste. Ma che ha senso soprattutto perché crea un campione italiano nel cloud e nelle grandi piattaforme digitali, superando così l’idea che il futuro dell’economia italiana non possa affidarsi anche a una grande azienda oltre che alle piccole e medie imprese in uno scenario internazionale così instabile e in cui il controllo sovrano su nodi strategici dell’economia, specie nel digitale, è vitale. E Poste-Tim ha i numeri per essere un campione anche a livello europeo. Cosa importante quando a Bruxelles si disegnano strategie, regole e si distribuiscono risorse».
Questo vuol dire che non si fa questa fusione per risparmiare sui costi di vendita di contratti di energia e telefonia tramite uffici postali e negozi Tim.
Certo, quei 5,5 milioni di sim Poste in più fanno comodo al bilancio di Tim. Lo ha detto Labriola un mese fa, presentando i conti del gruppo e spiegando che la migrazione dalla rete di Fastweb-Vodafone, su cui Poste si è finora appoggiata come operatore mobile virtuale, a quella di Tim è appena iniziata e darà frutti solo a partire dal 2027. Ma comunque anche con quei 5,5 milioni di utenti mobili portati in dote da Poste, Tim non arriverebbe a superare la quota di mercato di Fastweb-Vodafone, secondo i dati dell’Osservatorio Agcom di gennaio scorso.
L’obiettivo è più alto. Tim dentro Poste (ciascuno con il suo marchio sul mercato, ha subito messo in chiaro Del Fante) significa che quando Labriola ha parlato di Tim come del campione nazionale digitale nella strategia per un cloud sovrano ha detto cose che ora acquistano senso chiaro. Un cloud sovrano significa progettare architetture consapevoli delle giurisdizioni, integrare nativamente cybersecurity e gestione delle identità, garantire resilienza operativa in linea con le nuove normative europee e con standard di sicurezza sempre più stringenti. Significa soprattutto avere competenze, processi e presidi per esercitare un controllo effettivo su infrastrutture, piattaforme e catene tecnologiche. Per farlo occorrono due cose: soldi e spessore istituzionale là dove si disegnano regole e nuovi mercati per non subire senza possibilità di risposta le prassi decise dai cda delle Big Tech.
Nel primo caso i soldi arriveranno già solo dalle spalle finanziarie del nuovo gruppo: dei 700 milioni annui di sinergie ben 500 milioni saranno di minor costo del debito Tim. E ciò vuol dire migliore capacità di attrarre ulteriori risorse dai mercati finanziari. Risorse che serviranno a giocare un ruolo di primo piano nei prossimi mesi e anni, quando si inizierà a capire che il modo migliore per affrontare il monopolio nell’intelligenza artificiale delle Big Tech si contrasta solo creando tante nuove Ai specializzate nei diversi campi di attività, dall’informazione alla sicurezza, dalla sanità alla difesa e all’industria. Tante Ai da allenare con fonti qualificate e trasparenti. Intelligenze artificiali competitive perché affidabili. E affidabili perché questa affidabilità può essere costantemente monitorata, verificata e migliorata. Tutto questo costa, e non lo si potrebbe finanziare certo aumentando le bollette. —
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