Lovaglio gioca l’ultima carta: convincere Agricole per fermare Intesa
Il Monte ora valuta l’acquisizione di Banco Bpm ma per ora dal Crédit nessun segnale per una fusione. Il ruolo di Generali nel negoziato e lo scoglio dei soci

Luigi Lovaglio si gioca la carta finale per fermare l’Opas di Intesa Sanpaolo su Monte dei Paschi. Dopo il fallimento delle trattative per una fusione alla pari con Banco Bpm, l’amministratore delegato della banca senese starebbe studiando un’operazione da negoziare direttamente con Crédit Agricole, principale azionista dell’istituto milanese.
Secondo il Financial Times, il Monte sta valutando una vera e propria acquisizione di Banco Bpm, un progetto sostenuto da tempo da Lovaglio. Nel fine settimana, tuttavia, non sarebbe stato avviato alcun contatto formale con Crédit Agricole. L’operazione potrebbe essere strutturata come una fusione concordata attraverso uno scambio azionario: Mps e Banco Bpm definirebbero il rapporto di concambio, mentre la banca francese conferirebbe la propria partecipazione, pari al 30% circa del Banco, nella società risultante dall’aggregazione.
In questo quadro un ruolo potrebbe averlo ancora una volta la quota detenuta da Mps in Generali tramite Mediobanca. L’eventuale utilizzo della azioni del Leone (che valgono 8,8 miliardi secondo le quotazioni di ieri) aggiungerebbe al negoziato una componente industriale e patrimoniale decisiva. Con quale schema potrebbe entrare nel negoziato la quota di Trieste non è però ancora chiaro.
Resterebbero poi da definire la governance della nuova banca, la rappresentanza nel cda e il futuro delle partnership commerciali, dall’asset management alla bancassicurazione. Anche la quota finale di Crédit Agricole nel gruppo aggregato sarebbe uno dei nodi centrali.
La disponibilità dei francesi, almeno per ora, appare tutt’altro che scontata. L’amministratore delegato Olivier Gavalda ha spiegato che il gruppo analizzerà «qualsiasi progetto solido» sulla base dell’interesse strategico, dei rischi di esecuzione e della capacità di creare valore nel lungo periodo per gli azionisti di Banco Bpm. Ha però aggiunto che, in questa fase, è «molto difficile» comprendere come un’aggregazione tra Piazza Meda e Mps possa produrre valore. La soluzione preferita dalla Banque Verte resta l’integrazione tra Banco Bpm e Crédit Agricole Italia.
A complicare il tentativo di Lovaglio c’è soprattutto la passivity rule. Dopo il lancio dell’offerta di Intesa, il consiglio di amministrazione di Mps non può compiere operazioni in grado di ostacolarla senza ottenere prima l’autorizzazione degli azionisti riuniti in assemblea straordinaria. Secondo alcune fonti, Lovaglio al momento non avrebbe la maggioranza necessaria per presentarsi all’appuntamento da vincitore. Francesco Gaetano Caltagirone, ritenuto favorevole all’Opas di Intesa, disporrebbe di una partecipazione di Mps attorno al 13,5%, come comunicato in prossimità delle precedenti assemblee. Ricostruzioni non confermate indicano una quota potenzialmente più elevata, anche se fonti vicine all'imprenditore romano avrebbero smentito questa ipotesi. Poi c'è la Delfin della famiglia Del Vecchio, titolare del 18% circa di Siena. I due azionisti sono in grado di spostare il peso non solo per l’esito dell’offerta di Intesa, ma anche per un’eventuale autorizzazione preventiva a un’operazione difensiva.
Sul mercato, intanto, prevale lo scetticismo. Gli analisti di Kbw, scriveva ieri Bloomberg, ritengono improbabile un’offerta di Mps, o di un altro istituto, su Banco Bpm e vedono invece spazio per un miglioramento della proposta di Intesa. Sullo sfondo resta anche UniCredit: Andrea Orcel, dopo che l’offerta su Banco Bpm era stata bloccata di fatto dal governo lo scorso anno, ha dichiarato di osservare l’evoluzione del risiko italiano.
In questo quadro, scriveva ancora Bloomberg, il Tesoro starebbe valutando la cessione del 4,9% ancora posseduto in Monte Paschi, attraverso un collocamento presso investitori istituzionali nei prossimi mesi. L’ipotesi prevederebbe un limite alle assegnazioni individuali per impedire che il pacchetto finisca nelle mani di un solo compratore.
Per Intesa, l’acquisizione di Mps avrebbe conseguenze rilevanti anche nel Nordest. Dopo la cessione a Unipol di circa 635 sportelli e delle relative strutture, la quota di mercato pro forma per numero di filiali salirebbe in Veneto nella fascia compresa tra il 17,5% e il 20% e in Friuli Venezia Giulia tra il 10% e il 15%. Il rafforzamento sarebbe particolarmente evidente in Veneto, dove Intesa manterrebbe 90 filiali provenienti dal perimetro acquisito: 81 di Monte Paschi e nove di Mediobanca e Mediobanca Premier.
Si tratta del terzo contingente regionale dopo i 158 sportelli della Lombardia e i 137 della Toscana. Per il Friuli Venezia Giulia la documentazione di Intesa non indica invece un numero: le filiali sono comprese nelle 269 attribuite alla voce «Altre regioni», delle quali 218 provenienti da Mps e 51 da Mediobanca. Secondo i dati elaborati da Uilca in Veneto il gruppo guidato da Carlo Messina ha 230 sportelli, 45 sarebbero quelli in Fvg. Il calendario, intanto, stringe. Intesa porterà all’assemblea del 10 settembre l’aumento di capitale al servizio dell’offerta. A Lovaglio resta poco tempo per trasformare l’ultima ipotesi sul tavolo in un progetto capace di ottenere prima l’appoggio di Crédit Agricole e poi quello dei suoi azionisti.
Riproduzione riservata © il Nord Est








